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Caso Muraro: oltre alla Raggi anche Luigi Di Maio sapeva ma si era "confuso"

Non solo Virginia Raggi ma anche Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera e aspirante premier del MoVimento 5 Stelle, sapeva da tempo che l'assessore all'Ambiente Paola Muraro era indagata. Dopo la riunione più lunga della storia del M5S, Luigi Di Maio si giustifica dicendo di essersi "confuso". Fuoriosi i vertici del direttorio del MoVimento 5 Stelle.

Dopo Virginia Raggi, che ha ammesso di aver saputo dell'inscrizione nel registro degli indagati dell'assessore all'Ambiente Paola Muraro, finisce nel vortice anche Luigi Di Maio, e la crisi del M5S si allarga sempre di più a livello nazionale. In Commissione Ecomafie, la Raggi aveva rivelato che dell'indagine erano stati avvisati i vertici del MoVimento 5 Stelle, salvo poi correggere il tiro e precisare che l'informazione era stata data solo a Paola Taverna, del mini-direttorio capitolino.

La romana Taverna però a fare il capro espiatorio non ci pensa neppure e così ieri, mentre è in corso la riunione più lunga della storia del M5S, trapela che la deputata aveva avvisato dell'indagine Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera ed aspirante premier pentastellato.

E' il Messaggero a pubblicare in esclusiva la email che Paola Taverna scrive a Luigi Di Maio, in quanto responsabile degli enti locali, e in copia a Fabio Massimo Castaldo, Stefano Vignaroli e Gianluca Perilli, tutti i membri del mini-direttorio romano. Al punto "questione rifiuti", la Taverna avvisa Di Maio che "la situazione attuale è assolutamente delicata". Siamo al 5 agosto 2016 e Virginia Raggi era già a conoscenza dell'indagine sulla Muraro da metà luglio circa.

"Sempre da diverse fonti giornalistiche ci pervengono notizie circa l'imminente notifica di un avviso di garanzia all'assessore" spiega la Taverna a Di Maio, chiarendo anche che l'assessore "in ogni caso è già indagata secondo quanto risulta dalla visura ex art. 335 del codice penale". Luigi Di Maio, messo di fronte all'evidenza, afferma ora di essersi "confuso", affermando di aver pensato che la email si riferiva all'esposto del numero uno di Ama, Daniele Fortini, che il 2 agosto si era recato in Procura.

La Repubblica però sostiene che il 4 agosto, quindi il giorno prima della email, in un messaggio Di Maio aveva chiesto qualche anticipazione alla Taverna e alla domanda "posso almeno sapere se il 335 è pulito o no" la risposta è stata chiara: "No, non è pulito". Sempre secondo le fonti de La Repubblica, è poi Fabio Massimo Castaldo, l'eurodeputato con doppia laurea in legge, a precisare a Di Maio che "il reato contestato dai pm alla Muraro è la 'fattispecie di cui al comma 4 dell'articolo 256 del Testo unico sull'Ambiente'. Ossia come chiarisce citando il codice: 'L'inosservanza delle prescrizioni o la carenza dei requisiti previsti per legge da parte del gestore' degli impianti per il trattamento dei rifiuti".

A quel punto Di Maio avrebbe dovuto avvertire gli altri membri del direttorio nazionale e probabilmente Beppe Grillo e Davide Casaleggio, ma a quanto pare non l'avrebbe fatto. Ed ancora il 4 settembre, quando l'indagine viene rivelata pubblicamente, Luigi Di Maio continua a ribadire: "A oggi Muraro afferma di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia. Non esistono le carte per poter valutare. Non faccio dichiarazioni sui se". Finora però non ha rilasciato alcun commento nemmeno sui "ma", tanto da aver disertato anche la prima puntata di Politics.

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