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Omicidio Lidia Macchi: c'è nuova lettera anonima, "Una mamma che soffre"

Stefano Binda, l'uomo arrestato il 15 gennaio per l'omicidio di Lidia Macchi si è avvalso per la terza volta della facoltà di non rispondere. Intanto, la famiglia di Lidia Macchi diffonde una nuova lettera anonima spedita 29 anni fa che contiene "aspetti che dieci giorni dopo il ritrovamento di Lidia non erano ancora di pubblico dominio". Si cerca chi possa riconoscerne la grafia.

Stefano Binda, l'uomo arrestato il 15 gennaio per l'omicidio di Lidia Macchi, commesso 30 anni fa, si è avvalso per la terza volta della facoltà di non rispondere, nonostante la richiesta di un nuovo interrogatorio da parte del sostituto procuratore generale di Milano, titolare del nuovo filone di inchiesta sul delitto della studentessa varesina uccisa il 5 gennaio 1987 nel bosco di Cittiglio. Nella giornata di ieri, intanto, la famiglia di Lidia Macchi ha diffuso una lettera anonima già nota agli inquirenti, firmata "Una mamma che soffre", inviata 29 ani fa ai genitori della studentessa. L'obiettivo è che qualcuno possa riconoscerne, anche a distanza di così tanto tempo, la grafia così come è avvenuto per la lettera "In morte di un'amica" che ha riaperto le indagini sull'omicidio di Lidia Macchi e portato all'arresto di Stefano Binda, riconosciuto come l'autore della missiva che riporterebbe particolari del delitto all'epoca conosciuti solo agli inquirenti e all'assassino.

"So chi è stato ad uccidermi, è stato un mio amico di Comunione e Liberazione", si legge nella lettera "Una mamma che soffre", nella quale viene riportanto anche: "C'era anche lui quando mi hanno trovato, è stato proprio lui a trovarmi ed è stato costretto a fingere un grande sgomento e dolore".
Nella lettera si fa infatti riferimento a "voci di origine paranormale" e ad un "nastro magnetico" che conterrebbe frasi di Lidia Macchi, quando già morta. "I contenuti di questa missiva riportano ad aspetti che dieci giorni dopo il ritrovamento di Lidia non erano ancora di pubblico dominio - spiega l'avvocato Daniele Pizzi, legale della famiglia Macchi - come il fatto che Lidia, prima di essere uccisa, abbia avuto un rapporto sessuale con il suo assassino. Di qui l'ipotesi che chi ha vergato questa missiva era, in qualche misura, a conoscenza di particolari relativi all'omicidio".
"Sono stata uccisa perché ho voluto difendere la mia verginità" si legge infatti nella lettera, e ancora: "Mi ha obbligato ad andare con lui e voleva costringermi a sottostare alle sue voglie".

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