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Visco: uscire da crisi? Serve istruzione. Troppi analfabeti funzionali

Ignazio Visco, Governatore di Bankitalia, denuncia il fatto che i salari dei giovani che entrano nel mercato del lavoro sono fermi a 10 anni fa. Ma per rilanciare la crescita economica e uscire dalla crisi serve soprattutto "investire in conoscenza".

"Chi si affaccia oggi sul mercato del lavoro sembra escluso dai benefici della crescita del reddito occorsa negli ultimi decenni" afferma il neo Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco nel corso del suo intervento "Investire in conoscenza: giovani e cittadini, formazione e lavoro" tenutosi a Catania, durante il congresso nazionale dell'Associazione italiana per minorenni e la famiglia. Visco mette quindi nero su bianco una realtà drammatica, soprattutto appunto per i giovani, che a differenza delle generazioni passate, a partire da quella più prossima dei genitori, fa sempre più fatica a creare solide basi lavorative e familiari. Gli anni del "baby boom" sono passati da tanto tempo, ma le tragiche conseguenze del fatto di "non essersene accorti" le stanno scontando i figli e i nipoti di quella generazione che ha avuto tutto ma non ha lasciato niente, o quasi. La panoramica dell'Italia descritta da Visco è tanto sconcertante quanto veritiera, perché il Governatore di Bankitalia non denuncia solamente che "i differenziali salariali per livelli di istruzione sono non solo inferiori a quelli di altri paesi, ma sono molto meno ampi per i lavoratori più giovani che per quelli più anziani" e che "i salari di ingresso nel mercato del lavoro sono oggi in termini reali su livelli pari a quelli di alcuni decenni fa". Visco spiega anche che questa "offerta generalizzata di bassi salari (e la connessa risposta di un basso investimento in capitale umano)" risente "di una qualità media dell'istruzione fornita dal sistema scolastico mediamente inadeguata, almeno nella percezione delle imprese". Ignazio Visco parte infatti da una premessa sostanziale, e cioè che "le nuove tecnologie consentono di automatizzare le attività più di routine", riducendo da una parte "la domanda di lavoro" ma facilitando dall'altra "le attività manageriali e intellettuali e, in misura minore, anche le attività manuali non ripetitive". "Diviene cruciale - continua Visco - ciò che gli educatori definiscono 'competenza': la capacità di mobilitare in maniera integrata risorse interne (saperi e saper fare) ed esterne per affrontare efficacemente situazioni spesso inedite e certamente non di routine", tanto che "sempre più occorrerà coltivare le competenze del 21esimo secolo: l'esercizio del pensiero critico e l'attitudine al problem solving". Il Governatore di Bankitalia evidenzia però che "l'Italia è in ritardo rispetto ai principali paesi avanzati, sia nei tassi di scolarità e di istruzione universitaria, sia nel livello delle competenze, dei giovani come della popolazione adulta". Il divario con gli altri paesi internazionali è infatti "considerevole", precisa Visco, senza contare che "le misurazioni dirette della capacità di comprendere un testo, di compiere operazioni logico-matematiche e di combinare informazioni per risolvere problemi più o meno complessi, condotte negli ultimi vent'anni, ci restituiscono un quadro altrettanto preoccupante". Impressionante il fatto poi che "differenze si riscontrano, inoltre, anche per le competenze della popolazione adulta", tanto che "l'indagine internazionale Adult Literacy and Lifeskills (ALL) condotta nel 2003 per misurare le competenze funzionali alfabetiche (literacy) e matematiche (numeracy) e la capacità di analisi e soluzione di problemi mostra che circa l'80 per cento degli italiani di età compresa tra i 16 e i 65 anni non sono in grado di compiere ragionamenti lineari e fare inferenze di media complessità estraendo e combinando le informazioni fornite in testi poco più che elementari". "Sono, in pratica - sottolinea Ignazio Visco - analfabeti funzionali: non dispongono di competenze, di lettura e comprensione, logiche e analitiche, sufficienti a rispondere in modo adeguato alle moderne esigenze di vita e di lavoro", specificando che la percentuale dell'Italia è la "più ampia tra quelle registrate nei paesi avanzati che hanno partecipato all'indagine: in Svizzera e negli Stati Uniti è del 50 per cento, in Canada del 40 per cento, in Norvegia del 30 per cento". Oltre al problema delle "carenza di risorse, pubbliche e private, dedicate all'accumulazione di capitale umano", Visco fa notare che "la capacità del sistema di istruzione di recepire e generare nuove idee è probabilmente frenata anche dal più lento ricambio generazionale, che ha drasticamente ridimensionato la presenza dei giovani nei ruoli di docenza". Senza contare l'arretratezza italiana del sistema meritocratico. A soffrire di questa situazione non sono solo i singoli, come sottolinea Visco, ma anche e soprattutto "la società nel suo complesso, che così rinuncia a coltivare i talenti" che spesso poi "emergono nei contesti meno avvantaggiati". Il Governatore della Banca d'Italia fa notare inoltre che investire nella conoscenza e nell'istruzione produrrà anche "effetti positivi sulla diffusione dell'illegalità". "Non abbiamo analisi statistiche per l'Italia, ma le analisi condotte su dati svedesi e americani mostrano che l'innalzamento del livello medio di scolarizzazione della popolazione implica una consistente riduzione della probabilità di commettere reati sia contro la persona sia contro il patrimonio" spiega Visco, che aggiunge come "non sorprende, quindi, che gli ambiti sociali e le aree geografiche in cui la criminalità ha maggiore probabilità di diffondersi siano quelli in cui minore è il livello di scolarizzazione" mentre "una comunità di individui istruiti e consapevoli, che è più propensa a condannare la deviazione dalla legalità e a riconoscere i benefici derivanti dalla cooperazione, è infatti anche maggiormente portata a condividere l'insieme di valori e norme che facilitano il raggiungimento di obiettivi comuni con cui frequentemente si identifica il 'capitale sociale' ". Per tutti questi motivi Ignazio Visco afferma che "il capitale umano, l'investimento in conoscenza rappresentano una delle variabili chiave della nostra azione di politica economica. I loro rendimenti economici sono indubbi, per gli individui e per la collettività. Sono importanti per i loro effetti diretti sulla produttività. Lo sono per quelli indiretti che si manifestano nell'interazione tra gli individui, attraverso la crescita del senso civico, il rispetto delle regole e l'affermazione del diritto, il contrasto della corruzione e della criminalità, tutti fattori che costituiscono un freno a una crescita economica sostenuta e continua" concludendo che quindi "l'investimento in conoscenza è un importante fattore di coesione sociale e di benessere dei cittadini".

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