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Olio di palma "sostenibile" incendia le foreste del Borneo

Sorpresa: gli incendi che hanno sconvolto il Borneo in Indonesia "sono stati provocati da compagnie produttrici di olio di palma cosiddetto 'sostenibile'" denuncia Greenpeace. L'immenso business dell'olio di palma per produrre gustose merende, se è in dubbio sia nocivo per la salute (leggi pancreas) lo è certamente per le tigri del Borneo e per la biodiversità planetaria.

Ci sono tante cose a cui il cittadino medio può rinunciare: il diritto ad avere una stampa libera, la libertà di movimento e di parola, un'ambiente sano e pulito e molto altro ancora. Ma c'è forse una cosa per cui il prolet del 2015 (come quello del 1984) non è disposto a rinunciare: la crema al cioccolato da spalmare sul pane, insieme a tutti i cioccolatini e barrette (croccanti e non) con cui allieta il suo tittytainment. La "razione K" giornaliera di cacao impastato con olio di palma, non può infatti essere messa in discussione, pena boicottaggi e proteste che nemmeno al tempo delle marce della pace o delle battaglie antinucleariste si erano mai viste. Non importa se la coltivazione dissennata della palma da olio distrugge le foreste e con loro tutta la fragile fauna che vi abita. Anche se ci fosse in gioco l'ultima tigre del Borneo, il prolet preferirebbe vederla "postuma" tra i gattini del suo profilo Facebook, piuttosto che rinunciare al cioccolatoso spuntino a base di olio di palma. Mangiarsi la biodiversità ha infatti un gusto unico, che le tigri e gli altri animaletti selvatici non riescono a rendere amaro. Inutili anche i dibattiti sulla salubrità dell'olio di palma. Se l'olio di palma faccia male o sia nocivo alla salute è pieno il web (soprattutto di rassicurazioni). Ma se ci sono alcuni studi che mettono in guardia su questo nuovo oro vegetale, re delle emulsioni (come quello che indaga su come l'olio di palma sia capace di distruggere le cellule del pancreas), di certo l'olio di palma fa male alla salute dell'ecosistema e della biodiversità.

A dirlo è anche Greenpeace con un rapporto sui recenti e devastanti incendi dolosi in Indonesia denunciando che sono "i giganti dell'olio di palma che alimentano gli incendi nel Borneo". E quel che è più grave è che gli incendi che negli ultimi mesi hanno incenerito le foreste torbiere del Borneo, come sottolinea Greenpeace, "sono stati provocati da compagnie produttrici di olio di palma cosiddetto 'sostenibile'". Greenpeace parla chiaro nella sua denuncia: "I ricercatori di Greenpeace hanno esaminato tre piantagioni della regione occidentale e centrale del Kalimantan (Borneo indonesiano), dove sono stati registrati gli incendi più gravi durante la crisi ambientale e sanitaria che ha di recente colpito l'Indonesia. Queste piantagioni sono di proprietà delle compagnie indonesiane IOI Group, Bumitama Agri Ltd e Alas Kusuma group. Aziende che fanno parte di importanti enti di certificazione di sostenibilità, tra cui la Tavola Rotonda per l'Olio di Palma Sostenibile (RSPO) e il Forest Stewardship Council (FSC)". L'olio di palma ricavato da queste piantagioni viene immesso sul mercato da commercianti di materie prime "come Wilmar International, IOI Loders Croklaan e Golden Agri Resources, e arriva anche nei prodotti di quei marchi internazionali che hanno adottato politiche di 'No deforestazione'", svela l'organizzazione ambientalista.

"Chiediamo ad RSPO e FSC di agire tempestivamente per fare chiarezza su quanto accaduto ed espellere le aziende complici del dilagare degli incendi che distruggono le foreste torbiere e soffocano il Sud-est asiatico", afferma Martina Borghi, campagna Foreste di Greenpeace Italia. "Quanto accaduto indica che purtroppo i progressi fatti finora dalle singole aziende che acquistano olio di palma sostenibile non sono sufficienti a evitare che i loro fornitori distruggano le foreste", continua Borghi. "Per risolvere il problema alla radice è indispensabile che le compagnie che acquistano e utilizzano materie prime indonesiane lavorino insieme per far rispettare un'impegno globale del settore contro l'uso di olio di palma da deforestazione". "Dal 1990 ad oggi, - continua Martina Borghi - l'Indonesia ha perso un quarto delle sue foreste a causa dell'espansione indiscriminata delle piantagioni di palma da olio e cellulosa. Oggi tutti parlano della necessità di porre fine alla deforestazione, ma abbiamo bisogno di azioni urgenti, non solo di parole". Tutto questo mentre il presidente indonesiano Joko Widodo ha promesso di bandire ogni ulteriore sviluppo delle attività produttive che vadano a discapito delle torbiere, anche all'interno di concessioni già esistenti.

"Nonostante da diversi anni sia in vigore una moratoria sulle nuove concessioni di torbiere, questa sospensione non viene applicata con rigore dai governi locali e nei distretti, dove l'assegnazione delle terre è spesso legata alla corruzione. Una delle piantagioni esaminate da Greenpeace è infatti stata concessa nonostante il terreno in questione sia interessato dalla moratoria", si legge nella nota dell'organizzazione. Ma la speranza è l'ultima a morire e giace in fondo al barattolo di cioccolata. "Vista la scarsa affidabilità degli schemi RSPO nel 2014 è nato il Palm Oil Innovations Group (POIG), con l'obiettivo di spezzare il legame tra la produzione di olio di palma e la deforestazione", si legge ancora nella nota di Greenpeace. "Questo gruppo, che riunisce compagnie che producono e utilizzano olio di palma e ONG ambientaliste, mira a rafforzare e rendere più ambiziosi gli standard dell'RSPO, concentrandosi su tre tematiche: responsabilità ambientale, partnership con comunità locali e integrità aziendale e di prodotto. Di recente hanno aderito a questa iniziativa marchi come Ferrero, Danone, Stephenson e Boulder, così come il gigante indonesiano dell'olio di palma Musim Mas Group".

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