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Greenpeace ferma trivellazioni petrolifere nell'Artico

La Marea Nera del Golfo del Messico e le sue conseguenze sull'ecosistema e sulla salute umana sembra non spaventare le multinazionali del petrolio che continuano ad esplorare l'Artico in cerca di greggio. Greenpeace con una spettacolare e coraggiosa impresa ferma le trivellazioni della Cairn Energy.

Proprio come la "lezione di Chernobyl" sembra non aver insegnato niente, dato che Fukushima è già stata dimenticata (pur essendo ancora in piena crisi ed in pieno rilascio di materiale radioattivo), anche un altro dei peggiori disastri della tecnologia e dell'"uomo moderno" sembra non essere servito a niente, neppure come mero monito. Cancellata dalla mente e letteralmente insabbiata nelle spiagge, la "Marea Nera" provocata dalla piattaforma petrolifera "Deepwater Horizon" e dal suo "Pozzo Macondo" a 1500 metri di profondità sotto il Golfo del Messico (che sversò petrolio dal 20 aprile 2010 al 4 agosto 2010), non ferma le trivellazioni "a rischio" per l'ambiente. Il "ripensamento" sulle trivellazioni petrolifere profonde soprattutto in ambienti delicati, è durato giusto il tempo di far dimenticare allo spettatore televisivo le immagini (poche) degli uccelli intrisi di petrolio del Golfo del Messico. Nell'Artico ci sono due gigantesche piattaforme petrolifere che stanno cercando greggio per "aprire" la corsa all'oro nero nel minacciato paradiso di ghiaccio. Se fosse trovato un grosso giacimento di petrolio e fosse possibile estrarlo "economicamente", anche l'Artico si trasformerebbe in un campo petrolifero sottomarino, dove un "pozzo Macondo" in crisi distruggerebbe, senza appello o rimedio, l'intero ecosistema. Una delle due piattaforme operative nell'Artide si chiama Leiv Eiriksson e si trova al largo delle coste della Groenlandia. Greenpeace ha ingaggiato una lunga battaglia nonviolenta per cercare di fermare le trivellazioni in quelle zone, anche perché, come sottolinea l'organizzazione, la compagnia proprietaria della piattaforma non rilascia un documento, fondamentale, che si chiama "Oil Spill Response Plan", ovvero "il piano di intervento in caso di fuoriscita o sversamento di petrolio". In una nota dell'organizzazione ecologista non violenta si legge infatti che: "La società Cairn Energy, responsabile della piattaforma, ha finora rifiutato di rendere pubblico questo documento, violando tutte le norme industriali del settore. Greenpeace aveva messo in campo, nei mesi scorsi, ogni possibile richiesta per ottenere tali informazioni, recandosi anche a Edimburgo, dove ha sede la compagnia, per parlare direttamente con i suoi dirigenti". Ma come si poteva immaginare "chiedere" non è servito a niente, e per gli attivisti non è rimasto che "recarsi" di persona direttamente sulla piattaforma petrolifera, ben protetta da una nave da guerra danese che ha l'ordine di non far avvicinare gli attivisti di Greenpeace. Alle 5 del mattino del 4 giugno cinque gommoni di Greenpeace sono partiti dalla nave dell'organizzazione chiamata emblematicamente Esperanza che si è spinta "al limite dei 500 metri della zona di esclusione imposta dall'imbarcazione militare". I gommoni sono sfuggiti al controllo della nave da guerra danese he scorta la Leiv Ericsson "per arrampicarsi lungo le gigantesche braccia della piattaforma; una volta a bordo, una delegazione di Greenpeace ha chiesto al responsabile delle operazioni di esplorazione petrolifera una copia dell' Oil Spill Response Plan", si legge in una nota. Ovviamente il documento non è stato mostrato, gli attivisti sono stati arrestati, gli avvocati della società hanno "intentato causa chiedendo un risarcimento di 2 milioni di dollari per ogni giorno di impedimento nelle attività di esplorazione petrolifera. Ci sarà una prima udienza lunedì presso la Corte olandese". Ma Greenpeace non si ferma, visto che, come ha dichiarato prima di avviare l'azione, Ben Ayliffe, responsabile della campagna Petrolio di Greenpeace International: "La Cairn Energy sta tenendo nascosti i piani di intervento in caso di perdita di petrolio. Per questo ci stiamo dirigendo sulla piattaforma dove sicuramente c'è almeno una copia di quei piani. È ovvio il perché la Cairn non dice cosa farebbe per ripulire queste acque in caso di un incidente come quello del Golfo del Messico: perché non possono essere ripulite in alcun modo". Ben Ayliffe sottolinea inoltre che: "Tutti gli esperti concordano sul fatto che le temperature polari e la localizzazione remota di queste aree di esplorazione renderebbero una fuoriuscita di greggio, in questo ambiente fragile e preziosissimo, un disastro irreparabile. Dobbiamo tracciare una "linea sul ghiaccio" e fermare la corsa al petrolio nell'Artico".

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