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Google Science Fair: cambiare il mondo è per molti, ma non per tutti

Google cerca idee di studenti per cambiare il mondo. Ma dal mondo sono esclusi gli studenti di Cuba, Iran, Siria e di qualsiasi altro Paese sanzionato dagli USA. Perché esistono studenti che possono cambiare il mondo ed altri che devono "subirlo".

Nella pagina essenziale (e per questo brevettata) di Google, sotto il logotipo multicolore ed il classico campo di ricerca è apparsa nei giorni scorsi una riga di testo che recita: "La tua idea potrebbe cambiare il mondo. Partecipa a Google Science Fair 2013" . Insomma, una di quelle scritte che, per chi cova ancora un po' di romanticismo, vale la pena di cliccare. Un'idea per cambiare il mondo ce l'hanno avuta tutti, ed alcuni la conservano ancora nel cassetto (non si sa mai). Ma una volta atterrati nella landing page si scopre che Google, la multinazionale di Mountain View (California), ha messo subito, come si suol dire, "le mani avanti". Cambiare il mondo infatti, per Google, è per molti, ma non per tutti, come recitava una celebre reclame. Nella pagina "ipercarica" di Google Science Fair 2013 c'è infatti una foto di un ragazzino che contempla il mondo (mondo che a dire la verità pare l'Indastria di Hayao Miyazaki) in cui è "sovraimpressa" l'headline: "E' il tuo momento per cambiare il mondo". Google Science Fair è infatti un "concorso scientifico" per ragazzi in collaborazione con Google, LEGO (quella dei mattoncini), National Geographic, Scientific American e il nostro (nel senso di finanziato con le tasse di noi europei) CERN (Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare) di Ginevra. Google spiega l'iniziativa con parole importanti e ricche di speranza: "Google Science Fair è un concorso scientifico online aperto a studenti di età compresa fra i 13 e i 18 anni e provenienti da tutto il mondo. Siamo alla ricerca di idee che cambieranno il mondo".

Segue, per i romantici idealisti una nota stonata: "Per iniziare, tutto quello che ti serve è un account Google". E ti pareva. Ma forse, avrà pensato anche qualcuno dei puristi, l'iscrizione a Google è il piccolo prezzo da pagare per cambiare il mondo. Infatti è gratis. Anche perché se davvero gli "studenti (...) provenienti da tutto il mondo" parteciperanno al concorso con "idee che cambieranno il mondo" senz'altro il mondo cambierà. Ma una domanda lecita viene suggerita dalla foto del ragazzino che si affaccia su Indastria. Ma qual è il mondo da cambiare? E' interessante riflettere su questo punto, dato che, leggendo bene, per Google Science Fair 2013 il mondo è molto più ristretto di quanto si pensi. Tralasciando il problema, ormai "irrilevante" per la società degli adulti che i minori possano "scorrazzare" liberamente sui social network, con i pericoli che ne conseguono (vedi gli ultimi appelli del Garante della Privacy), e che per cambiare il mondo si debba essere per forza "censiti" da una multinazionale, è necessario leggere bene il link piccolo piccolo alla fine della homepage che si chiama "Regole di Google Science Fair".

Se si dà un'occhiata al regolamento, dove anche il nome del concorso è debitamente tradotto in italiano come "Fiera della scienza di Google 2013" (il fatto che non potesse chiamarsi "ufficialmente" in italiano da subito la dice lunga su "quale mondo" intenda Google), ecco che si legge, nel capitoletto "Non idoneità", che "il Concorso non è aperto ai residenti di Cuba, Iran, Corea del Nord, Sudan, Myanmar/Birmania, Siria, Zimbabwe e qualsiasi altro Paese sanzionato dagli USA, ed è nullo ove proibito dalla legge". Questo significa che ci sono "certi" studenti che non potranno "cambiare il mondo" perché hanno avuto la "sfortuna" di vivere in un Paese sanzionato dagli Stati Uniti (qui la lista aggiornata dei Paesi sanzionati a cura dell'U.S. Department of the Treasury). Per Google Science Fair ci sarebbero quindi studenti "liberi" di cambiare il mondo e studenti "sanzionati" che non sono in diritto di cambiarlo. Eppure, rifletterà qualcuno, magari gli studenti che vorrebbero più cambiare il mondo, perché di solito si cambia il mondo che non piace, sarebbero proprio forse quelli che vivono in Paesi in cui c'è la guerra e la libertà d'espressione è a rischio.

E allora, in un giovane romantico ed imberbe studente, potrebbe sorgere una nuova domanda legittima: ma se uno studente cubano, iraniano o siriano, o di qualsiasi Paese sanzionato dagli USA, avesse delle idee per curare il cancro o fabbricare un apparecchio free energy, perché dovrebbe essergli impedito di "cambiare il mondo"? La divisione in studenti al qua e al di là di una "cortina di ferro", spinato e annodato dalle sanzioni economiche USA, oltre a sembrare anacronistica, non può che essere un monito per i piccoli scienziati in erba. Questo episodio, difatti, deve insegnare ai giovani scienziati che un concorso scientifico studentesco mondiale per definizione non può che essere davvero aperto a tutti, nessuno escluso, dato che la scienza, proprio come le idee e la loro circolazione (soprattutto quelle che servono "per cambiare il mondo") non deve e non può avere frontiere.

Il fatto che Google Science Fair non sia aperto a tutti i Paesi del mondo appare paradossale non solo per il fatto che proprio al CERN è nato il World Wide Web (sbandierato sinonimo di libertà) ad opera di Tim Berners-Lee e Robert Cailliau, ma che, ad esempio, anche Iran e Cuba partecipino al CERN su progetti di ricerca importanti. Un fatto oltremodo contraddittorio, se si legge nelle FAQ di Google Science Fair la risposta alla seguente domanda: "Per curiosità: perché Google ospita una competizione scientifica online?". Ecco la benevola risposta: "Riteniamo che l'accesso universale alla tecnologia e all'informazione possa realmente migliorare il mondo e che la necessità di accedere a informazioni utili superi tutti i confini. Google Science Fair è stata creata per sostenere i giovani talenti scientifici e dare agli studenti di tutto il mondo l'opportunità di mettere in mostra le loro ambiziose idee". Ma ovviamente anche la concezione di "universale", pur essendoci in mezzo anche il CERN, per Google ha un valore squisitamente (e politicamente) relativo e non (scientificamente) relativistico.

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