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Diritto all'oblio su internet, giornalisti contro Google: è buco della memoria

Finalmente è rimbalzato anche in Italia l'effetto larsen della sentenza della Corte di giustizia UE, che obbliga i motori di ricerca, Google in primis, a cancellare i link che rimandano ad articoli legittimamente pubblicati, in nome del "diritto all'oblio". I giornalisti (inglesi) temono che il diritto all'oblio su internet venga abusato per frenare la libertà di espressione e di stampa e che diventi "il buco della memoria".

Finalmente è rimbalzato anche in Italia l'effetto larsen della sentenza della Corte di giustizia UE, che obbliga i motori di ricerca, Google in primis, a cancellare i link che rimandano ad articoli legittimamente pubblicati, in nome del "diritto all'oblio". Il giornalista economico Robert Peston ha infatti reso noto che Google ha comunicato alla BBC che uno dei suoi articoli, scritto nel 2007, non verrà più indicizzato, aprendo di fatto quel "buco della memoria" descritto da George Orwell in 1984. L'articolo non più indicizzato da Google (ma solo sui risultati europei del motore di ricerca) trattava del ruolo dell'ex capo di Merrill Lynch, Stan O'Neal, nel crollo finanziario dell'epoca. Dopo aver scoperto che quel suo articolo non sarebbe potuto più essere cercato dai cittadini dell'Unione europea, Robert Peston ha deciso di farlo nuovamente "girare in rete" attraverso i social network. Chiunque abbia chiesto a Google "l'oblio" ha quindi ottenuto l'effetto contrario, visto che il nome di Stan O'Neal ha oggi un nuovo motivo per essere indicizzato. Ma non solo. Negli States e in quei Paesi dove il dibattito politico non si concentra solo sugli slogan di un premier, si comincia a discutere (seriamente) sul fatto che il diritto all'oblio rischia di essere "abusato per frenare la libertà di espressione e per sopprimere quel giornalismo che lavora per l'interesse pubblico" come osserva Robert Peston, che si chiede in che modo l'articolo finito nel deep web presentava informazioni "insufficienti, non pertinenti o non più pertinenti" da decretarne la rimozione dei link da Google, come da paletti imposti nella sentenza della Corte di giustizia UE. Non si comprende ancora, infatti, come sia possibile che sia un soggetto privato (in questo caso una multinazionale) a decidere i parametri (che Google non ha reso noti) secondo i quali un nome debba finire nell'oblio di internet.

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