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Napolitano: governo Monti non è strappo costituzionale. E democratico?

Giorgio Napolitano torna ad affrontare al nomina di Mario Monti prima a senatore e poi a Presidente del Consiglio, affermando che "solo con grave leggerezza si può parlare di sospensione della democrazia, in un paese in cui nulla è stato scalfito". Ma non tutti condividono tale tesi.

Giorgio Napolitano, in occasione della tradizionale cerimonia per lo scambio degli auguri di Natale e Capodanno con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile, torna ad affrontare la questione che ha portato al governo Mario Monti e un esecutivo composto da "tecnici" non eletti da nessuno. Per alcuni osservatori quasi una "excusatio non petita, accusatio manifesta" quella che "Re Giorgio", come l'ha definito il "New York Times" descrivendo il ruolo svolto "dietro le quinte" da Napolitano quale artefice del "rapido passaggio dal governo cinematografico di Berlusconi a quello tecnocratico di Mario Monti" (leggi 'Napolitano: il "Re Giorgio" che detronizzò Berlusconi e "unse" Monti' http://is.gd/JBhRB9) presenta alla platea, spiegando era un suo "preciso dovere istituzionale" "il tentativo di evitare un immediato scioglimento delle Camere e ricorso alle urne, viste le ricadute dirompenti che ciò avrebbe potuto avere per il nostro paese nel burrascoso contesto dell'Eurozona, visto cioè l'incombere sull'Italia di un catastrofico aggravarsi della crisi finanziaria". Diversi analisti non comprendono ancora però come mai in Spagna, che versa in condizioni di crisi simili a quelle dell'Italia, siano riusciti invece ad andare ad elezioni senza decretare il fallimento dello Stato. Napolitano precisa però che "la via obbligata da percorrere era quella di affidare la formazione di un nuovo governo a una personalità rimasta sempre estranea alla mischia politica, già sperimentata in funzioni di governo esercitate correttamente, per riconoscimento bipartisan, nell'arco di dieci anni al livello europeo, e dotata di indubbia autorevolezza internazionale. Di qui l'incarico al senatore professor Mario Monti". Il Presidente della Repubblica fa quindi notare che questa "convinzione" di voler "scongiurare, in una fase così critica, una paralisi dell'attività di governo e parlamentare e uno scontro elettorale devastante" è stata d'altronde confermata dal fatto che il parlamento ha espresso la "fiducia" al governo Monti, come forse a voler sottolineare, potrebbe ipotizzare qualche attento osservatore, che se le forze politiche non fossero state d'accordo questo non sarebbe mai potuto accadere. Il Capo dello Stato afferma quindi con convinzione come sia "del tutto evidente che nessuna forzatura, né tantomeno alcuno strappo si è compiuto rispetto al nostro ordinamento costituzionale", nonostante diversi illustri analisti, come per esempio l'economista Stefano Zamagni, presidente dell'Agenzia per il Terzo Settore e docente di economia politica presso l'Università di Bologna, intervistato da Radio vaticana, ammettesse che l'esecutivo Monti "rappresenta una temporanea sospensione del principio democratico", chiedendosi: "Se un governo viene fatto sull'onda delle richieste dei mercati finanziari, dove va a finire la democrazia intesa in senso proprio?" (leggi 'Governo Monti è "temporanea sospensione del principio democratico"?' http://is.gd/Vwgy5t). Napolitano spiega però che "solo con grave leggerezza si può parlare di sospensione della democrazia, in un paese in cui nulla è stato scalfito: né delle libere scelte delle forze politiche, né delle autonome determinazioni del Parlamento e delle altre assemblee rappresentative, né delle prerogative degli organi di garanzia, né delle possibilità di espressione delle proprie istanze, e di manifestazione del proprio dissenso, anche da parte delle forze sociali". Le libere scelte dei cittadini italiani non sembrano invece essere state menzionate, chissà quindi se scalfite o meno. Ma la "verità" su quanto sta accadendo in Italia la espone lo stesso Napolitano, rivelando che oggi "si vive nei paesi della nostra Europa una fase storica di drammatiche sfide esterne, di mutamento e di disagio sociale e politico" e che quindi per questo motivo "può imporsi la necessità anche di soluzioni di governo fuori degli schemi tradizionali". Come in guerra? potrebbe ipotizzare forse qualcuno. E in effetti, quella che l'Europa sta vivendo sembra essere una vera guerra finaziaria, e a farne le spese (e ad impoverirsi) di norma è sempre il popolo, che in tali fasi di conflittualità perde di norma la propria sovranità. Il Presidente della Repubblica ha infine augurato che "anche nel dibattito pubblico e nel confronto sociale su questioni e scelte di grande complessità prevalgano obbiettività e senso della misura" affermando che "la triade del perseguire il rigore cui non ci possiamo sottrarre nella politica di bilancio, dell'intervenire con equità, e del puntare su una nuova prospettiva di crescita e sviluppo, non solo costituisce un esercizio assai arduo nell'immediato ma richiederà grande accortezza ed equilibrio anche nel futuro". Giorgio Napolitano ha quindi spiegato: "Credo non giovino, qualunque posizione di principio o gruppo sociale si rappresenti, i giudizi perentori, le battute sprezzanti, le contrapposizioni semplicistiche. Si discuta liberamente e con spirito critico, ma senza rigide pregiudiziali e non rifuggendo da spinose assunzioni di responsabilità. Intanto, in tempi così difficili per il paese, si blocchi sul nascere ogni esasperazione polemica". E c'è chi forse si chiederà se tale discorso era anche indirizzato ai sindacati, che in questi giorni hanno chiarito di voler difendere strenuamente l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

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