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Libia: sarà un massacro. Casini: Camere esprimano condanna netta

In Libia la tesione cresce così come le vittime. Gheddafi vuole resistere, affidandosi ai militari, tanto che le opposizioni avvertono che nel giro di 48 ore ci sarà un bagno di sangue. Casini: autorità italiane forse imbarazzate, le Camere esprimano una condanna netta.

Tutto il mondo arabo si sta infiammando e il popolo lotta e protesta in Tunisia, Egitto, Algeria, Yemen, Bahrein, Kuwait e ora anche in Libia, terra de colonnello Muammar Gheddafi, la cui "friendship" con l'Italia è stata sancita il 30 agosto del 2008 con il premier Silvio Berlusconi, che firmò il cosiddetto "Trattato di Amicizia". Quell'accordo fu davvero importante per Gheddafi, visto che non solo ricevette dal Presidente del Consiglio italiano le scuse ufficiali per l'occupazione subita dalla Libia ai tempi della guerra ma anche (e forse soprattutto) perché l'intesa ha previsto che l'Italia risarcisca l'ex colonia di 5 miliardi di dollari in 20 anni. Ora però Gheddafi, alla guida della Libia da 41 anni, rischia di fare la fine di tutti gli altri Rais che in queste settimane hanno dovuto capitolare di fronte alle proteste di piazza. A sostenere il popolo che non vuole più Gheddafi anche l'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch che denuncia anche la violenta repressione del regime del colonnello, tanto che si parla già tra i 100 e i 200 morti. Quel che è certo, nonostante il classico blocco di internet, è che a Bengasi, sul golfo della Sirte, le proteste non si placano e si stanno estendendo anche nelle città limitrofe. L'ingresso alla stampa internazionale sembra che sia stato vietato, mentre un battaglione composto da 1500 uomini sembra che si sia mosso per "liberare" il figlio di Gheddafi, Saad, bloccato a Bengasi dalle proteste.
"Sarà un massacro, sarà un bagno di sangue se la comunità internazionale non interviene - afferma preoccupato Mohammed Ali Abdallah, vicesegretario generale del Fronte nazionale per la salvezza della Libia - Potrebbe esserci un bagno di sangue già nelle prossime 48 ore".
Mohammed Ali Abdallah spiega infatti che le forze speciali di sicurezza sembrano ormai pronte per attaccare Bengasi e per reprimere le proteste. Dello stesso avviso un oppositore del regime di Gheddafi, che spiega alla CNN (come riporta Rainews - http://tinyurl.com/62v62ds) che si stanno reclutando "unità militari di origine africana, che non hanno legami tribali e sulle quali si può quindi contare per una letale campagna di repressione". "Gli agenti di polizia e delle forze di sicurezza si rifiutano di sparare contro i manifestanti che appartengono alle loro stesse tribù" spiega ancora alla CNN, e per questo motivo il regime ricorre a "unità militari di origine africana che non hanno legami tribali".
La tensione cresce quindi ogni minuto che passa e mentre il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama condanna "l'uso della violenza da parte dei governi contro i manifestanti pacifici" il premier italiano Silvio Berlusconi, legato da una lunga amicizia con il dittatore libico, spiega di non averlo ancora sentito poiché in Libia la "situazione è in evoluzione" e quindi aggiunge che non si permette "di disturbare nessuno". In collegamento telefonico con una manifestazione del Pdl a Cosenza spiega anche che il governo è preoccupato "per quel che succede nel Nord Africa e per quello che potrebbe accadere a noi se arrivassero tanti clandestini".
A rispondere indirettamente al premier, il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini che ricorda che "In Libia è in corso un silenzioso massacro di giovani intellettuali e lavoratori che protestano contro un regime liberticida" mentre "Le autorità italiane assistono in modo silenzioso e forse imbarazzato nel ricordare le indegne sceneggiate a cui ci ha costretto ad assistere il colonnello Gheddafi sul territorio italiano con la sola voce indignata di una parte dell'opposizione". Per questo motivo Casini chiede che "il governo riferisca in Parlamento al più presto su quanto sta avvenendo e che le Camere esprimano una condanna netta e ferma per atti di violenza perpetrati nei confronti di spontanee manifestazioni di protesta popolare contro un regime tirannico".

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