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Fukushima: su Tokyo la ricaduta radioattiva è in nano biglie di Cesio 137

I geochimici giapponesi hanno dimostrato che la maggior parte della ricaduta radioattiva, atterrata nel centro di Tokyo un paio di giorni dopo il disastro di Fukushima, si è concentrata e depositata in micro e nanoparticelle di vetro non solubili di cesio 137. "Questo vuol dire che le nostre ipotesi in merito alle implicazioni sulla salute devono essere modificate" avverte il dottor Satoshi Utsunomiya, a capo del gruppo di ricerca.

A pochi mesi dai meltdown (coperto da cover-up dalla Tepco) dei reattori della centrale nucleare di Fukushima, Greenpeace denunciava gli "alti livelli di radioattività registrati a Tokyo e nella vicina prefettura di Chiba, entrambe a più di 200 chilometri dalla centrale di Fukushima" spiegando che "alcune misurazioni rivelano livelli di contaminazione addirittura superiori a quelli registrati nella zona di evacuazione intorno alla centrale".

Nel febbraio 2012 gli alti livelli di radiazioni furono rilevati nella stazione di Tokyo e all'epoca si ipotizzò che le "particelle calde" fossero state trasportate nella capitale nipponica da Fukushima o dal Nord del Giappone attraverso le "scarpe dei passeggeri". Teoria che prende piede (è proprio il caso di dirlo) dopo che i geochimici giapponesi, guidati dal dottor Satoshi Utsunomiya dell'Università di Kyushu, hanno dimostrato che la maggior parte della ricaduta radioattiva, atterrata nel centro di Tokyo un paio di giorni dopo il disastro di Fukushima, si è concentrata e depositata in micro e nanoparticelle di vetro non solubili, in una sorta di "fuliggine vetrosa".

I dati della sconvolgente ricerca sono stati presentati durante la Goldschmidt Conference a Yokohama, che si è aperta il 26 giugno e si chiuderà il 1 luglio.

I geochimici giapponesi hanno analizzato campioni raccolti all'interno di un'area fino a 230 km dalla centrale nucleare di Fukushima. Dopo l'esposione dei reattori, il Giappone ha pensato che sarebbe bastato lavare le città per disperdere (ovviamente sempre nell'ambiente anche se sotterraneo) il Cesio 137 che si sarebbe depositato dopo il fallout.

Tutto inutile, però, perché la maggior parte del Cesio radioattivo che si è depositato a terra è stato racchiuso in micro e nanoparticelle vetrose non solubili, formatesi al momento della fusione dei reattori. In sostanza, Tokyo è come se fosse stata ricoperta da nano biglie di vetro radioattive.

I ricercatori hanno infatti appurato che dopo le esplosioni alla centrale di Fukushima si sono formate nell'aria nanoparticelle di cesio radioattivo. Come è ormai appurato, il combustibile nucleare ha fuso il vessel d'acciaio. Di conseguenza, spiegano i geochimici giapponesi, le nanoparticelle di cesio radioattivo disperse nell'aria si sono unite alle nanoparticelle di ossido di Ferro e Zinco e al gas sprigionato dal cemento fuso. Tutto ciò ha quindi creato nanoparticelle di vetro (silice, SiO2), che ovviamente hanno ugualmente viaggiato in aria. E sotto le suole delle scarpe.

Le analisi di diversi filtri dell'aria raccolti a Tokyo il 15 marzo 2011, quindi 4 giorni dopo le esplosioni a Fukushima, hanno infatti rivelato che l'89% della radioattività totale era presente a causa di queste particelle ricche di cesio, piuttosto che del cesio solubile come era stato inizialmente supposto.

"Questo vuol dire che le nostre ipotesi in merito alle implicazioni sulla salute devono essere modificate" chiarisce il dottor Satoshi Utsunomiya, in primis quelle dell'UNSCEAR (Comitato scientifico delle Nazioni Unite per lo studio degli effetti delle radiazioni ionizzanti) che a nemmeno un anno dal meltdown dei reattori aveva sostenuto che "le dosi dello screening della popolazione ... sono molto basse" rassicurando di fatto sulla non pericolosità dell'apocalisse nucleare che si era invece scatenata a Fukushima.

Utsunomiya osserva infatti che non essendo solubili queste nanoparticelle di cesio radioattivo posso essere rimaste concentrate in determinate zone anche molto a lungo, per poi spostarsi in base a chissà quali correnti d'aria e marine. Il Prof. Bernd Grambow, direttore del laboratorio Subatech a Nantes (Francia) nonché a capo di un gruppo di ricerca all'Advanced Science Research Center (ASRC) Japan Atomic Energy Agency (JAEA) spiega inoltre che "l'emivita biologica di particelle insolubili di cesio radioattivo potrebbe essere molto più grande di quella del cesio solubile" pari a 30,17 anni.

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