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FIAT Governo, Marchionne: "Siamo di fronte a un bivio". Export o morte

Nell'incontro, Fiat e Governo al tavolo si "complimentano" a vicenda, come si fa tra "tecnici". Sergio Marchionne ribadisce a Torino: "Aprirci la strada verso i mercati esteri" è l'"unica strada possibile per evitare una catastrofe". Così si guadagna la fine del tunnel.

Sabato scorso l'"incontro alla fine del tunnel", usando la metafora più cara al Governo dei tecnici e ripresa anche da Sergio Marchionne (che però profetizzava che alla fine del tunnel la luce fosse quella di un treno in arrivo), si è tenuto a Palazzo Chigi. Intorno al "tavolo" per "chiarire" il futuro di FIAT nel nostro Paese, ormai una multinazionale, come ci tengono a sottolineare i vertici del Lingotto, i rappresentati delle due parti: per il Governo erano presenti il Presidente del Consiglio Mario Monti, i Ministri Corrado Passera, Elsa Fornero, Fabrizio Barca e il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà. Per il gruppo FIAT erano presenti il presidente John Elkann e l'amministratore delegato Sergio Marchionne. La base della discussione (non ufficiale) per un tavolo di "tecnici" di tale risma era senz'altro la cifra "politica" calcolata (anche se con qualche approssimazione), dalla CGIA di Mestre che, laconicamente sintetizzava il rapporto economico FIAT-Stato Italiano con questo titolo: "La FIAT ha ricevuto 7,6 miliardi di euro dallo stato ma ne ha investiti anche 6,2 miliardi" e questo, afferma il segretario della CGIA Giuseppe Bortolussi a partire dal 1977, anno in cui incominciarono ad essere erogati gli aiuti dallo Stato italiano al Lingotto. Nell'incontro a Palazzo Chigi, secondo quanto si legge in una nota congiunta FIAT "ha illustrato le proprie stime sull'andamento del mercato automobilistico italiano e internazionale e le prospettive strategiche di sviluppo futuro del gruppo, concentrandosi in particolare su quelle che possono derivare dall'integrazione delle piattaforme di Chrysler e FIAT". Ma il Lingotto non manca di sottolineare che nell'incontro "particolare riferimento è stato fatto ai 5 miliardi di investimento realizzato in Italia negli ultimi tre anni". Ovviamente il Governo non poteva non rispondere apprezzando "i risultati che FIAT sta conseguendo a livello internazionale e l'impegno assunto nel corso della riunione a essere parte attiva dello sforzo che il Paese sta portando avanti per superare questa difficile fase economica e finanziaria", si legge sempre nella nota FIAT-Governo. Ma a parte i salamelecchi di rito e quella immaginabile atmosfera che regna tra "tecnici" che fanno parte di una ristretta cerchia che ha sostituito il "jet set" (come nella profezia di James Burnham), ecco il "succo" dell'incontro e che cosa vede la FIAT alla fine del tunnel tricolore. "FIAT è intenzionata a riorientare il proprio modello di business in Italia in una logica che privilegi l'export, in particolare extra-europeo" si legge nella nota. Che questo fosse la nuova "strategia" di Fiat lo confermano anche le parole di Sergio Marchionne all'assemblea dell'Unione industriali di Torino di oggi (lunedì 24 settembre): "Siamo davanti a un bivio la nostra scelta è tra ridurre la capacità produttiva e licenziare migliaia di dipendenti, con danni incalcolabili per il sistema italiano, oppure cercare di sfruttare le competenze che abbiamo, la nostra conoscenza di prodotto e di processo, il livello tecnico dei nostri impianti, per aprirci la strada verso i mercati esteri. La seconda alternativa non è priva di rischi ma è l'unica strada possibile per evitare una catastrofe. Anche ora c'è bisogno che questo diventi un progetto condiviso". Un Marchionne che quindi spiega al Governo dei tecnici, con fare "garibaldino", che il destino per Fiat in Italia è segnato, come dire "o export o morte". Ma come potrà l'Italia essere competitiva sull'export delle automobili in un settore dove il Brasile, ad esempio, offre a FIAT miliardi in incentivi e una manodopera specializzata a basso costo? Come pensano alcuni analisti di scenario la faccenda è molto più semplice di come sembri: basterà trasformare l'Italia nel Brasile o magari nella Cina, o magari far rientrare i lavoratori in quella nuova "fascia di sfruttamento all'occidentale" che, in nome della Crisi, sarà soddisfatta di tornare al sistema "a cottimo Bedaux" pur di lavorare.

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