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Facebook raggiunge un miliardo di utenti. Ma è una "web commodity"

Facebook raggiunge un miliardo di utenti ma non sfonda in Borsa. Il mistero economico può essere facilmente risolto da un'intuizione di un filosofo: Facebook non è una "web community" ma una "web commodity". E nel video su Youtube a cui Mark Zuckerberg consegna i festeggiamenti, c'è una sottile confessione inconscia.

Facebook ha raggiunto la cifra "monstre" di un miliardo di utenti attivi. Un miliardo di persone in tutto il mondo affidano quotidianamente le proprie relazioni interpersonali digitali "in fiducia" ad una micro-multinational statunitense fondata da Mark Zuckerberg che, evidentemente, gongola per il risultato. Il dato è storico, non solo dal punto di vista dell'azienda di Menlo Park, ma soprattutto dal punto di vista della storia dell'informatica e dei censimenti da Herman Hollerith. Storia dell'automazione dei dati che però, troppo spesso, ha riservato dei risvolti terrificanti come ben raccontato da Edwin Black. Il raggiungimento del miliardesimo utente di Facebook è stato comunicato da Mark Zuckerberg in persona direttamente da Facebook che solennemente promette (ma per altri potrebbe sembrare una minaccia): "Sono impegnato quotidianamente per migliorare Facebook - scrive - spero che un giorno tutti insieme riusciremo a connettere anche il resto del mondo".

Per alcuni sarebbe infatti meraviglioso che tutta la popolazione mondiale, più o meno, obbligatoriamente, venisse inserita in un social network globale. Il traguardo dei mille milioni di utenti Zuckerberg e soci lo inseguivano da almeno due anni, ma la notizia non sembra aver entusiasmato la Borsa che continua a mantenere i titoli del social molto lontani dal valore di 45 dollari del giorno dell'Ipo dello scorso maggio. Oggi le azioni di Facebook valgono circa 21 dollari e mezzo, confermando il "social network" per eccellenza come una raffinata operazione sociologica più che una mera operazione di business. Un miliardo di persone iscritte su Facebook è difatti un momento di "transumanza digitale" che molto difficilmente potrà monetizzarsi come sperava il suo fondatore, che come Mida ha trasformato il suo regno in oro ma non può "mangiarselo". Come sottolineano molti esperti Facebook è un luogo di "esposizione narcisistica" e di "controllo vicendevole" e non di "compravendita", anche se con Facebook Gifts, il nuovo servizio di shopping di Facebook, Zuckerberg vorrebbe inaugurare un nuovo tipo si shopping "suggerito" dalle abitudini del "destinatario" del cadeaux. Anche l'idea di creare "post premium", cioè post a "pagamento", per essere più visibili nel sistema, sembra una forzatura in un ecosistema dove, in molti paesi, la maggioranza degli utenti sono newbie della rete e/o analfabeti funzionali .

Come ha detto profeticamente il filosofo Ernest Kattens il giorno della quotazione di Facebook in Borsa (prevedendone il crollo del valore delle azioni) "Facebook è una commodity più che una community". E se qualche analista di scenario sembra averlo capito, il video celebrativo del miliardo di utenti che Facebook ha prodotto, sembra, almeno inconsciamente, una confessione dello status di "commodity". I versi del video pubblicato da Facebook sul suo canale di Youtube sono rivelatori: "Le sedie sono come Facebook, perché la gente ci si siede per fermarsi un attimo e guardarsi attorno. I ponti sono come Facebook, perché creano connessioni. I campanelli sono come Facebook, perché generano contatti. (...) Facebook è uno dei tanti strumenti che consentono alle persone di sentirsi parte di un sistema, connessi gli uni agli altri. (...)". Ma di sedie, di ponti, di campanelli, è pieno il mondo, e il loro brand, nella stragrande maggioranza dei casi, è semplicemente ininfluente per il cliente. Le sedie, i ponti, i campanelli, sono prodotti che esistono e basta, paradossalmente "a prescindere" da chi li produce. Proprio come l'alluminio e l'etanolo, commodity, appunto.

Il video celebrativo di Facebook "The Things That Connect Us", cioè "le cose che ci connettono" è poi "interessante" dal punto di vista creativo. E'incredibile infatti come la comunicazione audio/video contemporanea, con tutti i mezzi digitali ed il budget a disposizione, sia sempre uguale a se stessa, con la stessa musichetta, la stessa voce narrante dal tono adolescenziale lievemente depresso, le sfumature standard virate "alla instagram", e il lavoro dei copy che non sa andare oltre il luoghi comuni. Che oggi, naturalmente sono meri "non luoghi". Cioè, alla fine, "commodity concettuali".

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