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Facebook manipola news sui Trending Topics? Antitrust indaghi per concorrenza sleale

I dipendenti di Facebook avrebbero regolarmente soppresso notizie interessanti per i lettori (ed elettori) conservatori dalla sezione "più viste" delle news del social network di Mark Zuckerberg. Lo rivela Gizmodo spiegando che la sezione News di Facebook non si basa su freddi algoritmi come vuole far credere Zuckerberg ma sulla scelta di alcuni redattori. Sarebbe quindi essenziale l'intervento delle varie Antitrust (anche qui in Italia).

I dipendenti di Facebook avrebbero regolarmente soppresso notizie interessanti per i lettori (ed elettori) conservatori dalla sezione "più viste" delle news del social network di Mark Zuckerberg. A rivelarlo Michael Nunez su Gizmodo che cita degli ex giornalisti che hanno lavorato al progetto news su Facebook (da metà 2014 a dicembre 2015), i quali assicurano che i dipendenti del social network avrebbero impedito che molti articoli riguardanti per esempio il Conservative Political Action Conference (CPAC) ed esponenti della destra americana come Mitt Romney e Rand Paul finissero tra i "più letti" anche se taggati tra i "preferiti" dagli utenti.

I cosiddetti "curatori delle News" di Facebook sarebbero stati istruiti per inserire artificialmente notizie e storie tra i Trending Topics, anche se queste non erano abbastanza popolari da giustificare una loro inclusione e in alcuni casi non erano affatto trendy. Il tutto per affossare le notizie dal mondo dei conservatori. Gizmodo è chiaro: la sezione News di Facebook non si basa su freddi algoritmi come vuole far credere Zuckerberg ma sulla scelta di alcuni redattori che decidono che cosa mettere "in prima pagina" in base alle proprie scelte poliche e sociali oltre che da imposizioni che arrivano dai piani alti di Menlo Park.

Ancor più grave il fatto che molte notizie apparse su siti poco "istituzionali" non venissero messe in evidenza fino a quando queste storie non fossero riportate su giornali più importanti come per esempio il New York Times, la BBC, la CNN. Viceversa, quando i lettori snobbavano notizie pubblicate sui media mainstream i curatori delle News di Facebook le mettevano in bella evidenza. Gli ex dipendenti di Facebook hanno citato la scomparsa del volo Malaysia Airlines MH370 e gli attacchi a Charlie Hebdo a Parigi come due casi in cui le storie non erano diventate Trending Topics e per questo sono state "spinte" affinché lo diventassero. Allo stesso modo, presto "la gente ha smesso di preoccuparsi della Siria" ma le notizie al riguardo sono state "pompate" anche per far vedere che gli utenti di Facebook sono "gente impegnata". Così il movimento Black Lives Matter, nato proprio su Facebook e che ha ottenuto il sostegno di Mark Zuckerberg in persona, è stato spesso tra i Trending Topics delle news ma solo perché, dicono le fonti di Gizmodo, le notizie al riguardo sono state in sostanza iniettate artificialmente in tendenza.

Se questo comportamento di Facebook fosse confermato (chiaramente dal giornalismo d'inchiesta e non dall'ufficio stampa di Menlo Park) sarebbe chiaro come molti sospettano che la multinazione di Mark Zuckerberg come gli altri giganti del web che operano nell'ambito dei social network e dei motori di ricerca applicano l'ingegneria sociale per traghettare attraverso la finestra di Overton gli utenti di tutto il mondo. Questo comportamento che la storia giudicherà si riflette con un effetto domino, o meglio un effetto Larsen mediatico, sugli altri media, per primo quello televisivo che tutti i giorni appoggia questo o quell'altro argomento o tesi politica solo perché "impazza" sui social network.

Fatto sta che annullare il lavoro di giornalisti ed editori per delle scelte opinabili di questi monopolisti fanno sì che giornalmente intere redazioni scompaiano dalla faccia della Terra (e non solo dal mondo digitale) e il lavoro del reporter sia in pericolo di estinzione perché manca la carta sotto i piedi. E' quindi essenziale l'intervento delle varie Antitrust (anche qui in Italia) affinché i monopolisti del web che detengono le chiavi per accedere ai lettori siano obbligati a pubblicare i loro algoritmi di aggregazione (ammesso che ci siano) perché l'ordine delle notizie deve essere un fatto trasparente per tutti, per il lettore e per gli editori. Attualmente infatti c'è il rischio di una concorrenza sleale da parte di quell'editoria digitale in mano alle multinazionali e ai grandi gruppi di potere, e lo scandalo che ha investito Facebook sembra esserne una dimostrazione.

A stretto giro Facebook ha specificato, rispondendo alle richieste di chiarimenti di BuzzFeed e TechCrunch ma non di Gizmodo, che nel social network "ci sono rigorose linee guida in vigore per il team di revisione affinché venga garantita coerenza e neutralità. - e precisa - Queste linee guida non consentono la soppressione di prospettive politiche. Né permettono la priorità di un punto di vista rispetto ad un altro o di una notizia piuttosto che un'altra. Queste linee guida non vietano a nessuna notizia di apparire nella Trending Topics". Una dichiarazione che non sembra però smentire il fatto che la sezione News di Facebook non è generata unicamente da un "imparziale" algoritmo, unico strumento in grado di garantire parità di trattamento tra le fonti.

Successivamente Tom Stocky, vice presidente della Search di Facebook, ha infatti ammesso che "gli argomenti popolari vengono prima tirati fuori da un algoritmo, poi verificati da parte dei membri del team" specificando che a questi dipendenti viene solo ordinato di "ignorare notizie spazzatura o argomenti duplicati, truffe o storie con fonti insufficienti". Stocky nega che l'hashtag #BlackLivesMatter sia stato messo artificialmente sui Trending Topics ma rivela che ai curatori delle News è permesso "combinare argomenti correlati in un singolo evento (come #Starwars e #maythefourthbewithyou)" ovviamente solo per "offrire un'esperienza più integrata" all'utente/utonto.

Ovviamente, anche questo articolo non lo troverete mai sui Trending Topics di Facebook, a meno che qualche redattore di buon cuore non lo inserisca a mano.

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