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Facebook: il Grande Fratello? E' la sorella di Mark Zuckerberg

La sorella di Mark Zukerberg, Randy Zuckerberg, dice che l'anonimato su internet deve sparire. Google concorda con il suo presidente Eric Schmidt. Le multinazionali sperano che i goverbi obblighino i cittadini a navigare "col loro vero nome". Ma Tim Berners-Lee fa un esempio che smonta il teorema.

Molti analisti pensavano che Mark Zuckerberg fosse il "Grande Fratello" (o almeno uno dei suoi tanti Parenti) ma ignoravano che avesse una sorella (più grande per giunta). La sorella di Mark Zuckerberg si chiama Randy Zuckerberg ed i più informati sapevano che dagli inizi di Facebook lavorava con il fratello più piccolo, in qualità di "marketing director". Sino ad ora Randy non era tanto famosa per le sue dichiarazioni quanto per la parentela con il fondatore Facebook. Randy Zuckerberg però ha cominciato a parlare e mentre suo fratello aveva in passato già decretato la fine della privacy (http://is.gd/x5UAiD), lei va oltre e dichiara ad un meeting a New York: "Penso che l'anonimato su Internet debba sparire. Le persone si comportano molto meglio quando in gioco ci sono le loro vere identità. La gente si nasconde dietro l'anonimato, convinta di poter dire di tutto come a porte chiuse". Le parole di Randy Zuckerberg, che ricordano molto da vicino l'incubo di 1984 di George Orwell dove "ciascun individuo è tenuto costantemente sotto controllo dalle autorità" (Wikipedia http://is.gd/Qn3iwx), vengono in qualche modo riprese da Eric Schmidt, presidente di Google che avrebbe affermato che l'anonimato su internet "è pericoloso". Insomma nel mondo virtuale il mantra che si sta incominciando a ripetere troppo spesso, e che le multinazionali che controllano la rete "spingono", è quello di far girare tutti con un "cartellino" con nome, cognome, indirizzo e chiaramente con tutti i dati che ci trasciniamo, come uno strascico, ogni volta che accediamo alla rete. Le motivazioni sarebbero ovviamente "nobili", ad esempio Randy Zuckerberg vede lo sradicamento dell'anonimia su internet come la ricetta perfetta per stroncare i malintenzionati e il "cyberbullismo" come se i delinquenti non agissero, da sempre, anche nella realtà non solo con un nome e un cognome ma anche con giacca e cravatta. Etichettare il cittadino con nome e cognome "in chiaro" sulla rete è una proposta non solo ridicola, ma anche molto pericolosa per la libertà d'azione delle persone. Lo stesso inventore del World Wide Web, Sir Timothy John Berners-Lee descriveva come dovrebbe essere la connessione ad internet: "Mi piacerebbe che il mio fornitore di connettività si comportasse come il mio fornitore d'acqua corrente. Dovrebbe offrirmi accesso ad Internet senza domandarmi come lo userò: il mio ISP ideale non controlla quali siti frequento" (Punto Informatico http://is.gd/BQmHWc). Per comprendere i pericoli dell'essere sempre "tracciato" come utente "non anonimo", a parte la "profilazione" pubblicitaria e psicologica, Bernes Lee faceva un esempio che possiamo capire tutti: "E' necessario che, se leggo un sacco di libri su alcune forme di cancro, questo non faccia sì che la mia assicurazione mi aumenti del 5 per cento il premio perché ha il sospetto che possa essermi ammalato". Ecco perché "Amici e famiglia, Aziende, Attivisti, Media, Esercito e polizia" navigano sempre più in anonimato nella rete con programmi come Tor. Tor "è un software libero ed una rete volontaria ed aperta per difendersi dalle tecnologie di sorveglianza della rete, come l'analisi del traffico" (http://is.gd/6ujd1A), totalmente gratuito che "impedisce a chiunque di conoscere la tua posizione o abitudini di navigazione". Perché nessuno ha il diritto di spiare in ogni istante la vita di un cittadino, né nella vita reale né in quella virtuale. Men che meno la sorella di un "grande fratello".

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