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Facebook chatbot: Zuckerberg punta alla Macchina di Rube Goldberg?

Mark Zuckerberg vede il suo Facebook in crisi d'identità, con le condivisioni che calano e il sistema della app degli smartphone che segna il passo. Gli utenti si parlano ormai solo tramite Messenger e WhatsApp. Così Menlo Park decide di costruire dei bot ad "intelligenza artificiale" puntando all'effetto ELIZA. Ma l'unica speranza di Montagna di Zucchero è forse la Macchina di Rube Goldberg.

Facebook sa che, per parafrasare i colonnelli di Mario Monicelli, "c'è un grande passato nel nostro futuro", ed è sicuramente Messenger. Durante la convention annuale il gigante di Menlo Park ha svelato come Facebook Messenger stia diventando progressivamente centrale nelle strategie del gruppo. Questa importanza di Messenger è dovuta a tre fattori: il declino progressivo dell'uso delle app sugli smartphone; l'entusiasmo in calo per l'aggiornamento dei profili; il calo delle condivisioni delle vicende personali da parte degli utenti di Facebook (crollo del 21% dal 2014 al 2015).

Pertanto dopo l'abbuffata di social, spinta soprattuttutto dalla curiosità di vedere che fine avesse fatto il compagno di scuola, proseguita nel mostrare vicendevolmente le penne (come pavoni e galline), sta portando ad una indigestione di sovraesposizione mediatica personale che sta facendo crescere, come fosse un antiacido, la voglia di privacy e di sintesi.

L'uomo con il telefonino in mano si è quindi rifugiato nella messaggistica istantanea, vale a dire Facebook Messanger e soprattutto l'ubiquo WhatsApp. Ed è qui che arriva la nuova strategia di Montagna di Zucchero (Zuckerberg significa proprio questo in tedesco): se l'utente non va alla montagna, la montagna andrà dall'utente. Se la gente non va su Facebook "classico" sarà l'infrastruttura di Facebook con tutto il suo ambaradan di advertising profilato ad andare tra i messaggi della gente. E come? Ma con il vecchio, classico, caro chatbot ammantato, come nella migliore tradizione del Mago di OZ (a proposito leggete "Pink Floyd: quando Dark Side of Oz diventa il lato oscuro della forza") dall' "intelligenza artificiale" (che non esiste, ma fa tanto figo tirarla fuori).

Per chi non sappia che cosa sia un chatbot (che in realtà si dovrebbe chiamare chatterbot), lo dice la parola stessa. E' un robot (inteso come software, naturalmente) che fa chat (cioè chiacchiera). Il primo chatbot della storia fu ELIZA scritto tra il 1964 and 1966 da Joseph Weizenbaum al MIT Artificial Intelligence Laboratory. Si trattava di un geniale algoritmo (ancora utilizzato come base da tutti i moderni chatbot) che simulava le risposte di un terapeuta Rogersiano (dallo psicologo Carl Ramson Rogers).

La gente messa davanti alla telescrivente (era il solo input disponibile a quei tempi) credeva davvero di trovarsi davanti ad un computer che faceva lo psicologo meglio di un essere umano, attribuendo una "intelligenza artificiale" a una macchina che, invece, non ne aveva neppure un briciolo, ma che era solamente programmata per riconoscere delle parole chiave e controbattere, in modo studiatamente vago, in caso di dubbio. Questa "intelligenza" attribuita dagli utenti a delle macchine (che naturalmente non ne hanno) si è chiamata da allora "effetto ELIZA". Il più famoso chatbot italiano era sicuramente Anna dell'Ikea ma, per chi volesse divertirsi a parlare un po' con una di queste macchine "parlanti", ecco una lista dei chatterbot italiani.

Mark Zuckerberg quindi sfrutterà i bot per inserirsi nel chiacchiericcio privato che è quello che sta rimanendo del suo "social". In questo modo nella chiacchierata tra lo zio ed il cugino su Facebook Messenger spunterà anche il Grande Fratello Zuckerberg che magari, visto che tra i due parenti si parla di una partita di calcio da vedere insieme (e che cosa sennò), proporrà una chiacchierata a tre (con il chatbot) per sapere qual è la pizzeria più vicina, o il rivenditore di birre per fare il pieno davanti alla televisione. Basta con la fatica di cercare (e scaricare) l'app per trovare la pizzeria giusta e l'altra app per cercare sei (!) buone birre rosse crude.

Facebook dopo anni incomincia quindi a comprendere come la sua piattaforma sia "una commodity più che una community", come disse profeticamente Ernest Kattens il giorno della quotazione in borsa di Facebook. Menlo Park sa che potrà sopravvivere a se stessa solamente con l'introduzione di nuovi servizi a valore aggiunto. Senza infilarsi nella comunicazione tra le persone Facebook rimarrà unicamente "la più grande iniziativa di autoschedatura volontaria della Terra", per citare ancora Kattens.

La multinazionale di Mark Zuckerberg crede molto nella nuova strategia dei bot e sta rilasciando le specifiche per lo sviluppo di questi nuovi servizi da parte delle aziende. Facebook pensa anche ai chatterbot nel mondo decotto dell'editoria: le news potranno essere infatti "chiamate" via chatbot. Ad esempio già la CNN offre un servizio simile, perché basta digitare "che cosa è successo oggi?" ed ecco che il chatbot della CNN darà una lista di notizie del giorno. Intelligente no?

Ma il vero problema, che Zuckerberg vorrebbe trasformare in una opportunità con questa nuova strategia, è che l'utente medio è talmente stanco che, non sapendo più che farsene delle centinaia di app che aveva scaricato, e non riuscendo a far di più che mandarsi messaggini tra parenti (e bufale virali tipo "Il Gran Perdono"), rischia di usare lo smartphone solo come uno schermo (per vedere i film e i video su Youtube). Se nel prossimo futuro l'utente si stancherà anche di fare domande ai chatbot (se mai inizierà), a Zuckerberg non rimane che dotare Facebook di una Macchina di Rube Goldberg, facendo far uscire un cucchiaio dallo smartphone per cercare di imboccare l'utente (naturalmente cantandogli la canzoncina dell'aeroplanino, low cost naturalmente).

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