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Eden Abergil difende le sue foto dei prigionieri palestinesi su Facebook

Vergognosa fotogallery su Facebook pubblicata da una ex soldatessa dell'esercito israeliano che posa davanti a prigionieri inermi, bendati e immobilizzati. La condanna arriva anche dall'esercito israeliano.

I tempi cambiano ma le abitudini, o forse l'atteggiamento verso gli inermi, rimangono sempre le stesse. Dopo il capitolo orrendo e raccapricciante di Abu Ghraib nel 2004 (migliaia di foto dell'orrore di soldati statunitensi e britannici che si facevano fotografare mentre umiliavano e torturavano i prigionieri) l'album di foto dei soprusi dei militari verso prigionieri inoffensivi continua a infoltirsi di foto.
Stavolta ci mette lo zampino anche il social network Facebook veicolo digitale dell'album di ricordi di un ex soldatessa in forza all'esercito israeliano che posa insieme ai prigionieri palestinesi bendati e immobilizzati con la simpatica "fascetta" (fascetta stringicavo) che sembra aver sostituito le manette. Le fascette stringicavo difatti da anni stringono i polsi dei prigionieri in guerra (e non solo) perché sono molto economiche, per niente ergonomiche e possono essere usate come tortura preventiva.
E proprio Eden Abergil, l'ex soldatessa, si vede posare con in mano una fascetta stringicavo (pare proprio una di queste) mentre fa finta di guardare languidamente un prigioniero bendato e con le mani legate da dietro. Ovviamente le foto hanno sollevato grandi polemiche in tutto il mondo anche perché l'ex soldatessa ha intitolato l'album "IDF the best time of my life" ovvero "IDF (Israel Defense Forces, le forze di difesa israeliane) il periodo più bello della mia vita".
Incredibilmente Eden Abergil si difende dicendo alla radio dell'esercito israeliano che le foto "sono state scattate senza cattive intenzioni".
L'esercito israeliano ha definito il comportamento dell'ex soldatessa "vergognoso", e per Yishai Menuchim, a capo dell'Israeli Committee Against Torture "questo riflette un atteggiamento che è diventata la norma e consiste nel trattare i palestinesi come oggetti, non come esseri umani".

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