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Dietro scandalo Facebook non Bannon ma Soros: a quando crollo di Google?

Chi c'è dietro lo scandalo Cambridge Analytica che sta facendo crollare in Borsa Facebook? La "talpa" Christopher Wylie punta il dito contro Steve Bannon, l'ex stratega di Donald Trump. Ma il vero bacio della morte l'ha dato poco tempo fa George Soros, ed ora teme anche Google.

Dietro la cessione di oltre 50 milioni di dati Facebook dalla app thisisyourdigitallife alla Cambridge Analytica ci sarebbe Steve Bannon, l'ex stratega di Donald Trump e prima ancora membro del Consiglio di amministrazione della società di analisi di dati.
A sostenerlo è la talpa Christopher Wylie, ex fondatore di Eunoia Technologies (che avrebbe ugualmente utilizzato i dati della app) e Cambridge Analytica, divenuto il whistleblower che ha fatto scoppiare lo scandalo.

In una intervista al Washington Post, Wylie, che ha lavorato alla Cambridge Analytica fino al 2014, afferma infatti che tre anni prima della campagna presidenziale del 2016, Steve Bannon mise in piedi un programma per sfruttare i profili Facebook di milioni di elettori americani.

Per questo motivo, quando nel 2014 Bannon divenne vicepresidente della Cambridge Analytica approvò una spesa di circa un milione di dollari per acquistare i dati personali raccolti sul social network di Mark Zuckerberg tramite la app thisisyourdigitallife di Aleksandr Kogan.

Dati che, secondo l'accusa mediatica, sarebbero stati utilizzati per veicolare i messaggi populisti che portarono all'elezione di Donald Trump, la cui campagna elettorale fu curata proprio da Steve Bannon.

La possibile fine di Facebook sarà quindi causata da un rigurgito di coscienza del 28enne, dislessico, omosessuale, vegano, dai capelli rosa Wylie?

In realtà, è da tempo che la cosiddetta élite mondiale chiede che i colossi tecnologici sottostiano ad una severa regolamentazione, avendo compreso che ciò che fino a quel momento poteva essere organico e sfruttabile dal sistema, improvvisamente era diventata una potente arma non unicamente nello loro mani.

Solo dopo la inaspettata (per i democratici) vittoria di Trump, il mondo infatti ha per esempio conosciuto il temibile pericolo delle fake news, post creati ad arte per attirare l'utente dei social al fine di veicolare un messaggio o guadagnare attraverso la pubblicità. Ovviamente, le fake news circolavano ben prima delle elezioni presidenziali americane, ma solo dopo l'arrivo di Trump alla Casa Bianca Facebook, Google e Twitter sono stati costretti a mettere più volte mano ai loro algoritmi per depotenziarle, almeno quelle di stampo conservatore.

Alla stessa maniera, i social hanno stretto sempre di più la morsa attorno a chi poteva essere una voce dal fuori dal coro, applicando nel migliore dei casi lo shadow banning (di cui è vittima su Twitter anche Mainfatti.it), che fa parte dell'odiosa pratica della soft censorship applicata ufficialmente anche da Google News nei confronti di alcuni media.

Ma a dare il vero bacio della morte ai social, almeno così come finora li abbiamo conosciuti, è stato senz'altro George Soros. Nel corso dell'ultimo World Economic Forum di Davos, colui che è conosciuto come "l'uomo che ha sbancato la Banca d'Inghilterra" ha infatti detto senza mezzi termini che Facebook e Google sono una "minaccia", denunciando l'ascesa di questi "monopoli sempre più potenti".

Soros ha quindi predetto che il loro "dominio globale" sarebbe stato presto "rotto". "Google e Facebook sostengono che stanno semplicemente distribuendo informazioni. Ma il fatto che siano distributori quasi monopolistici li rende al pari di un pubblico servizio e per questo motivo dovrebbero essere assoggettati a norme più severe, volte a preservare la concorrenza, l'innovazione e un accesso universale equo e aperto" chiarisce infatti il miliardario.

A dire il vero, Soros compie un ragionamento fatto già nel 2012 dal filosofo Ernest Kattens il giorno della quotazione di Facebook in Borsa, tanto che ne aveva previsto persino il crollo del valore delle azioni, quando ha rivelato: "Facebook è una commodity più che una community".

Soros ha inoltre avvertito che Facebook e Google "ingegnano intenzionalmente la dipendenza dai servizi che forniscono, ingannando i loro utenti per manipolare la loro attenzione e indirizzarla verso i propri scopi commerciali" e per questo i governi dovrebbero intervenire per fermarli.
La domanda quindi non è tanto se anche Google verrà investito da uno scandalo che farà crollare il suo impero, ma quando.

© riproduzione riservata | online: | update: 21/03/2018

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