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Fornero: art 18 non è totem. Cofferati: meno diritti non dà più lavoro

Elsa Fornero non piange più ma sembra "minacciare", avvertendo che l'articolo 18 "non è un totem", cioè non è intoccabile. Non dello stesso avviso la CGIL, che ricorda come il governo tecnico non eletto non dovrebbe disegnare un "nuovo modello sociale", ma anche Sergio Cofferati che fa notare che "togliere i diritti a delle persone aiuti il lavoro degli altri è cosa priva di fondamento".

Elsa Fornero deve forse aver terminato tutte le lacrime quando annunciò che una parte di pensionati per due anni non otterà l'adeguamento Istat, visto che ora torna come un carro armato a discutere di una nuova riforma, quella del lavoro che, come ammise lei stessa, garantirà il successo (o meno) di quella previdenziale. Nel corso di una intervista al Corriere della Sera (http://is.gd/qmzHZ1) rilasciata ad Enrico Marro, la Fornero anticipa infatti come intende ristrutturare il mercato del lavoro, o meglio ancora, l'impianto contrattuale. Perché di crescita e di occupazione si continua a parlare poco o niente, mentre il governo "è partito chiedendo sacrifici ai più deboli e li ha penalizzati duramente e non ha messo in campo un'idea per recuperare un'euro da spendere in crescita e dunque in sviluppo per dare una prospettiva che abbia un minimo di luce alla fine del tunnel e che ispiri fiducia a milioni di persone" come sottolinea in una intervista di Antonio Iovane a Radio Capital (http://is.gd/KaKvxt) Sergio Cofferati. Cofferati probabilmente è stato chiamato a commentare le parole di Elsa Fornero perché il ministro del Lavoro, nel "minacciare" di voler mettere al più presto le mani anche sulle "casse dei professionisti", annuncia non solo di vedere "bene un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito segmento iperprotetto" ma specifica come per lei l'articolo 18 non sia "un totem", invitando quindi "i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte". L'articolo 18 a cui naturalmente fa riferimento la Fornero è quello dello Statuto dei Lavoratori (Legge 20 maggio 1970, n. 300), dove si afferma che il licenziamento è valido solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo. Sergio Cofferati fa quindi notare al ministro del Lavoro che "togliere i diritti a delle persone aiuti il lavoro degli altri è cosa priva di fondamento" nonché, aggiunge "anche priva di senso". Cofferati, che quando era segretario della CGIL riuscì nell'impresa di far scendere in piazza nel 2002 tre milioni di persone a Roma proprio in difesa dell'articolo 18, sottolinea quindi che "le aziende assumono quando hanno bisogno perché c'è un mercato in crescita, il governo dovrebbe occuparsi della crescita cosa che non fa - spiegando - E poi, quando ci sarà una crescita, è evidente che a quel punto le imprese torneranno ad assumere, ma a prescindere da quali sono i diritti della persona". Una riflessione talmente basilare che dovrebbe rientrare anche, e soprattutto, nella logica di un ministro "tecnico", potrebbe forse pensare qualcuno. Cofferati continua sperando quindi che "il governo tecnico si fermi da solo" e appunto "ragioni quel tanto che basta per concludere che l'articolo 18 non c'entra nulla" visto che invece "difende la dignità della persona perché impedisce un licenziamento senza giustificazione". L'ex leader della CGIL, ora europarlamentare del PD, si dice quindi convinto che nel prossimo futuro "le tensioni sociali aumenteranno", spiegando: "Mettiamo in conto gli effetti di questa prima manovra: ci sono milioni di famiglie che hanno un calo secco della loro capacità di spesa. La modifica degli estimi catastali è quello che darà un colpo consistente al reddito complessivo di un nucleo familiare. Quindi ci sono milioni di persone che già oggi sono destinate a stare peggio di quanto non stavano l'anno scorso. Se aggiungiamo il dramma di chi perderà un lavoro, o di chi avendo oggi la cassa integrazione non sarà più coperto dalla spesa perché uscirà da questa, seppur parziale, condizione di protezione è evidente che avremo tantissime persone che staranno male, aumenterà la povertà. E immagino che chi starà male e diventerà povero in un modo o nell'altro protesterà". Sergio Cofferati conclude, ritornando all'articolo 18, precisando che "queste cose sono molto importanti e delicate e andrebbero discusse con le organizzazioni sindacali, senza anticipazioni di sorta che possono solo creare tensioni od equivoci - chiudendo - Si conferma che la vanità non ha limite". Le reazioni dei sindacati alle parole di Elsa Fornero non si sono, come era prevedibile, fatte attendere, in primis quella della CGIL, che con Fulvio Fammoni precisa immediatamente: "Bisogna smetterla, parlando dei lavoratori, di definirli privilegiati o super tutelati" perché "stiamo parlando di persone che vivono da tre anni gli effetti della crisi, con stipendi molto bassi, che rischiano di perdere il posto di lavoro". Rispondendo al ministro del Lavoro, il sindacato di Corso Italia non manca poi di sottolineare che "la CGIL fa sempre discussioni intellettualmente aperte ma nessuno può chiedere che il merito non sia dirimente" aggiungendo che "se tutte le volte si parla dell'articolo 18, è chiara la direzione verso cui si vuole andare e non è un merito condivisibile". Fammoni fa poi notare che "un governo tecnico che propone misure per il futuro che disegnano un nuovo modello sociale dovrebbe riflettere se questo è il suo vero compito visto che non è legittimato dal voto dei cittadini e credo neanche alla maggioranza". L'articolo 18, ricorda poi il sindacalista, "era l'ossessione del precedente ministro del Lavoro che ha impedito qualsiasi vera riforma a partire da quella degli ammortizzatori sociali. Non possiamo trovarci nella stessa situazione", chiarendo quindi come sia evidente che la CGIL non ha "nessuna intenzione di rinunciare all'articolo 18" visto che è "una norma di assoluta modernità", mentre invita Elsa Fornero a "discutere davvero e non per slogan di lotta alla precarietà". "Se si vuole combattere la precarietà - spiega il dirigente sindacale - occorre intervenire cancellando tante forme di lavoro precario delle oltre 40 esistenti, intervenendo sul costo, facendo costare di più il lavoro precario rispetto a quello a tempo indeterminato, cosa che ad esempio non è stata fatta nella manovra per quanto riguarda l'intervento sull'Irap", aggiungendo che il contratto unico tanto ben visto dalla Fornero "non serve" mentre sarebbe utile, per esempio, "garantire stesso salario per stesso lavoro indipendentemente dalla tipologia contrattuale". Fammoni fa notare poi al ministro che "un contratto formativo di ingresso per i giovani esiste già, è l'apprendistato riformato che dura solo tre anni ma che non viene usato perché cannibalizzato da forme di lavoro come i falsi stage, i tirocini, i contratti di collaborazione, le partite iva, i voucher, i contratti a chiamata", invitando quindi il governo a fare invece "una cosa utile ed urgente: discutere di riforma degli ammortizzatori sociali, estendendo la tutela a tutti quelli che ne sono privi, e soprattutto parlare di interventi urgenti per il 2012, anno in cui la recessione farà perdere altre centinaia di migliaia di posti di lavoro, altro che libertà di licenziamento". Fulvio Fammoni conclude quindi come la CGIL continua a reputare "inconcepibile che sparisca dalla discussione" invece "l'intervento per far emergere il lavoro nero e irregolare" visto che "non ne parla più nessuno ed è un fenomeno che riguarda oltre tre milioni di persone". Non basta evidentemente pronunciare la parola equità per renderla tale, tanto che i sindacalisti sembrano lasciar intendere che stavolta non ci sarà pianto che tenga se verranno toccati quei diritti conquistati dai lavoratori dopo anni di dure battaglie. Neanche se a volerlo è un governo di tecnocrati presentati da più parti come salvatori della Patria.

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