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Egitto elegge nuovo presidente. Ma la rivoluzione non è finita

L'Egitto è chiamato a votare il suo nuovo presidente, dopo 30 anni di dittatura di Mubarak e 16 mesi di governo provvisorio militare , che si è instaurato a seguito della cosiddetta "promavera araba".

Egitto alle urne per eleggere il suo presidente, anche se come fa notare Ahmed Maher, uno dei leader delle contestazioni di piazza Tahrir intervistato da Radio Vaticana "i prossimi cinque anni saranno una sorta di periodo di transizione" e che quindi "i risultati della rivoluzione si vedranno tra cinque anni, dopo il mandato di questo presidente".
In lizza per governare l'Egitto post "primavera araba" sono ben 12 candidati, tra cui due sostenuti dal movimento che ha dato origine alle proteste nel febbraio di un anno fa.
Da una parte c'è l'islamico Abdel Muniam Abu al-Futuh, ex membro dei Fratelli musulmani, e dall'altra l'attivista Hamdeen Sabbahi, sostenitore delle sinistra egiziana e delle politiche pan-arabiste dell'ex presidente Gamal Abdul Nasser.
Ahmed Maher ammette che il "problema che le voci della rivoluzione sono divise tra Sabbahi e Abul Fotouh si verifica perché i due si sono rifiutati di unirsi", riflettendo sul fatto che "se il candidato rivoluzionario non sarà eletto" è possibile che la situazione politica rimanga a lungo instabile, con altre manifestazioni che potrebbero "portare ad una nuova, ad una seconda rivoluzione".
I sondaggi vedono comunque contendersi il posto da nuovo presidente egiziano Abdel Muniam Abu al-Futuh e l'ex segretario della Lega Araba Amr Moussa, quest'ultimo presentandosi come garante di un Egitto multiconfessionale e aperto alla modernità. Amr Moussa è però anche l'ex ministro degli Esteri di Mubarak, dal 1991 al 2001, e molti quindi lo vedono con un residuo del regime.
Anche se il cammino verso una vera democrazia, in Egitto, è ancora lungo, l'elezione di un presidente dopo 30 anni di dittatura è sicuramente il primo passo che si doveva compiere, soprattutto perché nel Paese, dopo la rivoluzione, a prendere in mano il potere è stato l'esercito, che ha attuato una sorta di secondo regime sempre più mal visto dalla popolazione, tanto che nell'ultimo periodo ci sono stati sempre più scontri di piazza, e morti.
Il passo successivo all'elezione del presidente egiziano, che avverrà oggi, sarà infatti quello di "allontanare i militari dai posti di governo e costruire un nuovo sistema politico", come conclude Ahmed Maher a Radio Vaticana, spiegando che "i movimenti rivoluzionari stanno esercitando pressioni" affinché questo avvenga.

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