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Riforma giustizia: cosa cambierà e come si potrà cambiare

La riforma "epocale" della giustizia sta per essere presentata, incentrata sulla separazione delle carriere, sulla divisione del Csm e sul il "non" obbligo di esercitare l'azione penale. Ma riformare il Titolo IV della Costituzione non è così semplice.

Domani il Ministro dell giustizia Angelino Alfano presenterà la riforma "epocale" della giustizia, come l'ha definita il premier Silvio Berlusconi qualche giorno fa, al Capo dello Stato Napolitano. Una riforma che, se passerà (e Bossi è sicuro che passerà), modificherà sostanzialmente il titolo quarto della Costituzione, gli articoli dal 101 al 113. Secondo anche quanto anticipato dall'Ansa, il centro della riforma sarà la separazione delle carriere dei giudici e dei pm, dove quindi solo i primi costituiranno un "ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere" (art. 104) e "soggetti soltanto alla legge" (art. 101). I pubblici ministeri, invece, "diverrebbero invece un 'ufficio' organizzato secondo le norme dell'ordinamento giudiziario che 'ne assicura l'indipendenza' ", come riporta La Repubblica. E di conseguenza ci saranno due Csm, uno dei giudici e uno dei pm. All'articolo 112 della Costituzione è sancito il principio che "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale". Stando voci, la riforma delle giustizia vorrebbe invece che si esercitasse l'azione penale "secondo le modalità stabilite dalla legge", che tradotto significherebbe che il pm "potrà perseguire solo una lista di reati decisi dal Parlamento su indicazione del Guardasigilli", come riporta sempre La Repubblica. Qualcuno si starà già chiedendo quali reati il Parlamento deciderà di mettere in lista, e se alla fine di "epocale" non rimanga solo il senso di (in)giustizia. Da sottolineare che "le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali", come spiega l'art. 138 della Costituzione (che ancora non è stato cambiato), "sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti". In poche parole, la legge di revisione costituzionale deve avere una doppia approvazione in entrambe le Camere. Nella prima votazione per l'approvazione nelle due Camere basta la maggioranza semplice, mentre nella seconda votazione occorre una maggioranza qualificata dei 2/3 dei componenti di ciascuna Camera. Se il "quorum" dei 2/3 non è stato raggiunto, si può richiedere un referendum e la legge non potrà essere promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

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