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Strasburgo: giusto licenziare se si "ostenta religione". Se la libertà è solo quella del Bataclan

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha sentenziato che è lecito licenziare un lavoratore se questo manifesta il suo credo. La guerra di Francois Hollande contro lo Stato Islamico potrebbe quindi trasformarsi presto in una guerra contro le religioni.

Dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre Francois Hollande, presidente francese, l'ha detto subito: siamo in guerra. Più passano i giorni, però, più c'è il rischio che si trasformi in una guerra contro le religioni. E se lo Stato Islamico fosse usato come pretesto per limitare le libertà religiose? Dopo gli attentati si è acceso un ampio dibattito sull'Islam e su ciò che questa religione dovrebbe realmente insegnare. La discussione si sta poi già allargando su dove e in che forme i musulmani debbano professare la propria fede. Il passo successivo sembra averlo fatto la Corte europea dei diritti dell'uomo che il 26 novembre ha sentenziato che è lecito licenziare un lavoratore se questo manifesta il suo credo. Nello specifico, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha dichiarato "all'unanimità" che la Francia non ha violato l'articolo 9 della Convenzione europea per i diritti umani nel licenziare una assistente sociale ospedaliero che si era rifiutata di togliersi il velo islamico. La Corte di Strasburgo ha dato ragione al datore di lavoro (lo Stato) nonché a tutti i giudici francesi che hanno ritenuto legittimo il licenziamento della donna in quanto il velo rappresenta una "manifestazione ostentata della religione incompatibile con l'esigenza di neutralità che spetta ai pubblici ufficiali nell'esercizio delle loro funzioni". Con questa sentenza, in Francia da adesso in poi il principio di laicità dello Stato espresso nell'articolo 1 della Costituzione francese sancirà quindi "l'esigenza di neutralità" anche religiosa, con la Corte europea dei diritti dell'uomo che avalla tale interpretazione del diritto spiegando che così si tutelano "le libertà degli altri".

Il problema è che seguendo tale ragionamente anche "le libertà degli altri" rischiano di essere soffocate per non ledere quelle di qualcun altro ancora. Di fatto, quindi, questa sentenza apre la porta all'idea che la fede debba essere professata unicamente "in privato". E non certamente solo quella islamica. L'Associazione dei Sindaci di Francia ha infatti già pubblicato il "vademecum sulla laicità" nel quale si raccomanda di vietare i presepi nelle istituzioni pubbliche. E anche in Italia non mancano iniziative volte ad eliminare ogni simbolo di fede dalla religiosa, quella sì, vita laica dello Stato. Nel febbraio scorso, per esempio, un dirigente scolastico ha diramato una circolare nella quale avvisava gli studenti e le loro famiglie che "non sarà accettata l'ostentazione e l'esibizione dei segni esteriori della propria confessione religiosa". Anche in quell'occasione il casus belli è stato lo hijab, ma non è impensabile che anche un crocifisso o un rosario al collo potranno essere giudicati presto come una "ostentata manifestazione della religione".

Eppure, questa "ostentata manifestazione" è tutelata in Italia dall'articolo 19 della Costituzione che sancisce come tutti abbiano il diritto "di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume". E il velo islamico non può essere certo paragonato ad una minigonna inguinale. Da rammentare, inoltre, che ancora oggi in Italia alcune donne cristiane indossano il velo, e non solo per entrare in Chiesa. Il problema è che come tutte le sentenze europee anche quella della Corte dei diritti dell'uomo prevale sulla giurisdizione dei singoli Stati ed avrà quindi ricadute nazionali. Durante il discorso per commemorare le 130 vittime degli attentati di Parigi, Hollande oggi ha dichiarato: "Sono stati massacrati perché vivevano nella libertà". In effetti al Bataclan di religioso c'era ben poco.

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