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Censis: "giovani in estinzione". L'Italia non è un Paese per giovani

In Italia i giovani sono "in via di estinzione" e lo certifica il Censis. Il direttore Giuseppe Roma è netto: "sono una merce rara" e rivela i dati sulla "perdita" di ragazzi dal 2000. Si parla di due milioni di cittadini tra i 15 e i 34 anni che, negli ultimi dieci anni, sono solo diventati più vecchi.

In Italia i giovani non esistono più. E' dall'inizio degli anni '90 del secolo scorso che i più attenti analisti si erano accorti della tendenza. Oggi è tempo di elezioni, e vale la pena di ricordare la sorte dei giovani che in quegli anni di "ricostruzione" (post Muro di Berlino e post Tangentopoli) popolavano imberbi e convinti le "giovanili" dei grandi partiti: totalmente eliminati (resistono solo sparute eccezioni). Quegli anni furono infatti emblematici per il "rinnovamento", e i più grandi, i "padri", quelli che avevano cinquant'anni, si accorsero che il mondo era cambiato, che non erano "vecchi" e che la vita si era allungata talmente tanto che era venuto il momento di far fuori i propri figli dalla corsa. Lo fecero in una maniera "occulta" e moderna, cioè nascondendo, in qualche caveau la staffetta generazionale. E il Paese di fermò, e in televisione oggi i sepolcri imbiancati sono talmente stuccati da sembrare fresche lapidi dalla faccia di marmo. Le dichiarazioni del direttore del Censis Giuseppe Roma quindi non stupiscono. Il direttore del centro studi in commissione Lavoro pubblico e privato della Camera svela che i giovani in Italia "sono una merce rara" e continua: "I giovani sono in via di estinzione, negli ultimi 10 anni, dal 2000 al 2010 abbiamo perso più di 2 milioni di cittadini di età compresa tra i 15 e i 34 anni". Insomma un' ecatombe di gioventù. Altro che festeggiare i "150 anni", che senso ha la festa se dopo un secolo e mezzo di storia, parafrasando il Mercantini "eran due milioni, eran giovani e forti e sono morti?". E tra vent'anni il numero di giovani (che essendo stati detronizzati socialmente non hanno avuto il tempo e l'occasione di "replicarsi" facendo altri "giovani") diminuiranno, mentre gli anziani, dice il direttore del Censis "cresceranno di oltre 4 milioni". I dati che fornisce il Centro Studi Investimenti Sociali, sono poi emblematici. Ad esempio, come si legge in una nota del Censis: "In Italia lavora il 66,9% dei laureati di 25-34 anni, contro una media europea dell'84%, l'87,1% registrato in Francia, l'88% della Germania, l'88,5% del Regno Unito. Al contrario di quello che accade negli altri Paesi europei, il tasso di occupazione tra i laureati italiani di 25-34 anni è più basso di quello dei diplomati della stessa fascia di età (69,5%). Non solo, il tasso di occupazione dei laureati si è ulteriormente ridotto nel tempo, scendendo dal 71,3% del 2007 al 66,9% del 2010". Ma il Censis sottolinea anche che: "Dati i tempi prolungati dei diversi cicli formativi, l'ingresso nella vita lavorativa per i giovani italiani è ritardato rispetto agli altri Paesi europei. Fra i più giovani (young young: 15-24 anni) il 60,4% risulta ancora in formazione, rispetto al 53,5% della media dell'Ue, il 45,1% della Germania e il 39,1% del Regno Unito. Gli occupati sono il 20,5% rispetto al 34,1% della media europea, il 46,2% della Germania e il 47,6% del Regno Unito. La vera anomalia italiana è rappresentata dai giovani che non mostrano interesse né nello studio, né nel lavoro: in Italia sono l'11,2% rispetto al 3,4% della media europea". Ma quali possono essere le soluzioni per il cambiamento? Le proposte per il direttore del Censis sono tre: "Anticipare i tempi della formazione e metterla in fase con le opportunità di lavoro: la laurea breve dovrà sempre più costituire un obiettivo conclusivo nel ciclo di apprendimento", ha detto Roma. "Non solo lavoro dipendente, ma soprattutto iniziativa imprenditoriale, professionale e autonoma: bisogna detassare completamente per un triennio le imprese costituite da almeno un anno da parte di giovani con meno di 29 anni", ha proseguito il direttore del Censis. "Infine, accompagnare il ricambio generazionale in azienda. Si potrebbe introdurre un meccanismo per il quale l'azienda che assume due giovani con alti livelli di professionalità potrà essere aiutata a collocare un lavoratore a tempo indeterminato non più giovane, dopo opportuni corsi di formazione, in altre unità produttive, rimanendo il costo della formazione in capo ai soggetti pubblici" conclude il presidende del Censis. Ma ora ci sarà un nuovo problema da affrontare, come "riciclare" la generazione "danneggiata", quella che quasi a 40 anni suonati non è riuscita ancora a realizzare niente di concreto e quei ventenni che, una volta finito lo "sfuttamento" perché "giovane carne da macello del precariato", rimarranno con un pugno di mosche. E a causa di Fukushima, neppure commestibili senza patemi d'animo.

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