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Papa a Sinodo dei Vescovi: "Vangelo vuol dire Dio ha parlato, Dio c'è"

Papa Benedetto XVI al Sinodo dei Vescovi medita su "che cosa il Signore ci dice e che cosa possiamo o dobbiamo fare noi". Una riflessione interessante e ardente sul cristiano che mai deve essere "tiepido".

Papa Benedetto XVI nell'Aula del Sinodo nel corso della prima Congregazione Generale della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dopo la lectio brevis dell'Ora Terza ha tenuto una meditazione il cui testo integrale, interessantissimo, è pubblicato integralmente sul sito della Santa Sede . Papa Benedetto XVI incentra la meditazione sulla parola «evangelium» «euangelisasthai» (cfr Lc 4,18). Dice il Santo Padre nell'introdurre la riflessione: "In questo Sinodo vogliamo conoscere di più che cosa il Signore ci dice e che cosa possiamo o dobbiamo fare noi. E' divisa in due parti: una prima riflessione sul significato di queste parole, e poi vorrei tentare di interpretare l'Inno dell'Ora Terza «Nunc, Sancte, nobis Spìritus», a pagina 5 del Libro delle Preghiere". Papa Benedetto XVI spiega che "la parola «evangelium» «euangelisasthai» ha una lunga storia. Appare in Omero: è annuncio di una vittoria, e quindi annuncio di bene, di gioia, di felicità. Appare, poi, nel Secondo Isaia (cfr Is 40,9), come voce che annuncia gioia da Dio, come voce che fa capire che Dio non ha dimenticato il suo popolo, che Dio, il Quale si era apparentemente quasi ritirato dalla storia, c'è, è presente".

Il Papa ricorda come per il significato della parola «evangelium» è importante anche "l'uso della parola fatto dall'Impero Romano, cominciando dall'imperatore Augusto" e che "San Luca confronta esplicitamente l'Imperatore Augusto con il Bambino nato a Betlemme: «evangelium» - dice - sì, è una parola dell'Imperatore, del vero Imperatore del mondo. Il vero Imperatore del mondo si è fatto sentire, parla con noi". Il Pontefice si sofferma su questo concetto e medita: "E questo fatto, come tale, è redenzione, perché la grande sofferenza dell'uomo - in quel tempo, come oggi - è proprio questa: dietro il silenzio dell'universo, dietro le nuvole della storia c'è un Dio o non c'è? E, se c'è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? Questa domanda oggi è così attuale come lo era in quel tempo. Tanta gente si domanda: Dio è una ipotesi o no? E' una realtà o no? Perché non si fa sentire? «Vangelo» vuol dire: Dio ha rotto il suo silenzio, Dio ha parlato, Dio c'è. Questo fatto come tale è salvezza: Dio ci conosce, Dio ci ama, è entrato nella storia. Gesù è la sua Parola, il Dio con noi, il Dio che ci mostra che ci ama, che soffre con noi fino alla morte e risorge. Questo è il Vangelo stesso. Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso e questa è la salvezza".

Papa Benedetto XVI si chiede quindi: "La questione per noi è: Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all'uomo di oggi, affinché diventi salvezza? Di per sé il fatto che abbia parlato è la salvezza, è la redenzione. Ma come può saperlo l'uomo? Questo punto mi sembra che sia un interrogativo, ma anche una domanda, un mandato per noi: possiamo trovare risposta meditando l'Inno dell'Ora Terza «Nunc, Sancte, nobis Spìritus». La prima strofa dice: «Dignàre promptus ingeri nostro refusus, péctori», e cioè preghiamo affinché venga lo Spirito Santo, sia in noi e con noi. Con altre parole: noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui". Il Papa infatti nella sua meditazione sottolinea quanto "la Chiesa non comincia con il «fare» nostro, ma con il «fare» e il «parlare» di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione". "Solo il precedere di Dio rende possibile il camminare nostro, il cooperare nostro, che è sempre un cooperare, non una nostra pura decisione", dice il Santo Padre, affermando che "quindi quando facciamo noi la nuova evangelizzazione è sempre cooperazione con Dio, sta nell'insieme con Dio, è fondata sulla preghiera e sulla sua presenza reale".

Papa Ratzinger
spiega: "Ora, questo nostro agire, che segue dall'iniziativa di Dio, lo troviamo descritto nella seconda strofa di questo Inno: «Os, lingua, mens, sensus, vigor, confessionem personent, flammescat igne caritas, accendat ardor proximos». Qui abbiamo, in due righe, due sostantivi determinanti: «confessio» nelle prime righe, e «caritas» nelle seconde due righe. «Confessio» e «caritas», come i due modi in cui Dio ci coinvolge, ci fa agire con Lui, in Lui e per l'umanità, per la sua creatura: «confessio» e «caritas». E sono aggiunti i verbi: nel primo caso «personent» e nel secondo «caritas» interpretato con la parola fuoco, ardore, accendere, fiammeggiare". "Proprio nella dimensione martirologica della parola «confessio» - dice il Papa - appare la verità: si verifica solo per una realtà per cui vale la pena di soffrire, che è più forte anche della morte, e dimostra che è verità che tengo in mano, che sono più sicuro, che «porto» la mia vita perché trovo la vita in questa confessione". E la «confessio» deve penetrare in «Os, lingua, mens, sensus, vigor». Spiega il Santo Padre: "«Confessio» è la prima colonna - per così dire - dell'evangelizzazione e la seconda è «caritas». La «confessio» non è una cosa astratta, è «caritas», è amore. Solo così è realmente il riflesso della verità divina, che come verità è inseparabilmente anche amore. Il testo descrive, con parole molto forti, questo amore: è ardore, è fiamma, accende gli altri. C'è una passione nostra che deve crescere dalla fede, che deve trasformarsi in fuoco della carità".

Papa Benedetto XVI quindi osserva: "Gesù ci ha detto: Sono venuto per gettare fuoco alla terra e come desidererei che fosse già acceso. Origene ci ha trasmesso una parola del Signore: «Chi è vicino a me è vicino al fuoco». Il cristiano non deve essere tiepido. L'Apocalisse ci dice che questo è il più grande pericolo del cristiano: che non dica di no, ma un sì molto tiepido. Questa tiepidezza proprio discredita il cristianesimo. La fede deve divenire in noi fiamma dell'amore, fiamma che realmente accende il mio essere, diventa grande passione del mio essere, e così accende il prossimo. Questo è il modo dell'evangelizzazione: «Accéndat ardor proximos», che la verità diventi in me carità e la carità accenda come fuoco anche l'altro. Solo in questo accendere l'altro attraverso la fiamma della nostra carità, cresce realmente l'evangelizzazione, la presenza del Vangelo, che non è più solo parola, ma realtà vissuta". Non a caso, nella novena consegnata da Gesù a Santa Faustina Kowalska e scritta nel suo Diario, Gesù dice: "Oggi conducimi le anime tiepide e immergile nell'abisso della Mia misericordia. Queste anime feriscono il Mio Cuore nel modo più doloroso. La Mia anima ha provato la più grande ripugnanza nell'Orto degli ulivi per un'anima tiepida. Esse sono state la ragione per cui ho detto: Padre, allontana questo calice, se questa è la tua volontà. Per loro ricorrere alla Mia misericordia è l'ultima tavola di salvezza".

Papa Benedetto XVI inserisce nella sua meditazione un altro aspetto interessante anche per i semplici "assetati" di cultura: "San Luca ci racconta che nella Pentecoste, in questa fondazione della Chiesa da Dio, lo Spirito Santo era fuoco che ha trasformato il mondo, ma fuoco in forma di lingua, cioè fuoco che è tuttavia anche ragionevole, che è spirito, che è anche comprensione; fuoco che è unito al pensiero, alla «mens». E proprio questo fuoco intelligente, questa «sobria ebrietas», è caratteristico per il cristianesimo. Sappiamo che il fuoco è all'inizio della cultura umana; il fuoco è luce, è calore, è forza di trasformazione. La cultura umana comincia nel momento in cui l'uomo ha il potere di creare fuoco: con il fuoco può distruggere, ma con il fuoco può trasformare, rinnovare. Il fuoco di Dio è fuoco trasformante, fuoco di passione - certamente - che distrugge anche tanto in noi, che porta a Dio, ma fuoco soprattutto che trasforma, rinnova e crea una novità dell'uomo, che diventa luce in Dio". "Così, alla fine, possiamo solo pregare il Signore che la «confessio» sia in noi fondata profondamente e che diventi fuoco che accende gli altri; così il fuoco della sua presenza, la novità del suo essere con noi, diventa realmente visibile e forza del presente e del futuro", conclude la meditazione Papa Ratzinger.

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