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Papa Benedetto XVI: "nulla di finito può colmare il nostro cuore"

Papa Benedetto XVI medita su "un aspetto affascinante dell'esperienza umana e cristiana" e cioè il fatto che "l'uomo porta in sé un misterioso desiderio di Dio". Il Papa invita a "imparare o re-imparare il gusto delle gioie autentiche della vita" fin da bambini e ad "esercitare il gusto interiore e produrre anticorpi efficaci contro la banalizzazione e l'appiattimento oggi diffusi".

Papa Benedetto XVI in Piazza San Pietro mercoledì 7 novembre incontrando i fedeli giunti da ogni parte d'Italia e del mondo, ha proseguito con il ciclo di catechesi dedicato all'Anno della Fede. Il Santo Padre ha incentrato la sua riflessione sul fatto che l'uomo porti in sé "un misterioso desiderio di Dio". Il Papa cita il Catechismo della Chiesa Cattolica che si apre proprio con questa considerazione: "Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell'uomo, perché l'uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l'uomo e soltanto in Dio l'uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa". Osserva Papa Benedetto XVI: "Una tale affermazione, che anche oggi in molti contesti culturali appare del tutto condivisibile, quasi ovvia, potrebbe invece sembrare una provocazione nell'ambito della cultura occidentale secolarizzata. Molti nostri contemporanei potrebbero infatti obiettare di non avvertire per nulla un tale desiderio di Dio. Per larghi settori della società Egli non è più l'atteso, il desiderato, quanto piuttosto una realtà che lascia indifferenti, davanti alla quale non si deve nemmeno fare lo sforzo di pronunciarsi". Papa Ratzinger riflette però sul fatto che nel cuore dell'uomo, anche in quello più lontano da Dio, ci si trova di fronte "all'interrogativo su che cosa sia davvero 'il' bene, e quindi a confrontarsi con qualcosa che è altro da sé, che l'uomo non può costruire, ma è chiamato a riconoscere". Quindi il Santo Padre si chiede: "Che cosa può davvero saziare il desiderio dell'uomo?".

Da qui Papa Benedetto XVI, citando la sua prima enciclica (Deus caritas est) ricorda come "tale dinamismo si realizzi nell'esperienza dell'amore umano, esperienza che nella nostra epoca è più facilmente percepita come momento di estasi, di uscita da sé, come luogo in cui l'uomo avverte di essere attraversato da un desiderio che lo supera". Affascinante come il Papa spieghi il percorso d'amplificazione dell'amore che, da quello umano scambiato vicendevolmente, arriva all'amore di Dio. "Attraverso l'amore, l'uomo e la donna sperimentano in modo nuovo, l'uno grazie all'altro, la grandezza e la bellezza della vita e del reale - dice il Papa -. Se ciò che sperimento non è una semplice illusione, se davvero voglio il bene dell'altro come via anche al mio bene, allora devo essere disposto a de-centrarmi, a mettermi al suo servizio, fino alla rinuncia a me stesso. La risposta alla questione sul senso dell'esperienza dell'amore passa quindi attraverso la purificazione e la guarigione del volere, richiesta dal bene stesso che si vuole all'altro. Ci si deve esercitare, allenare, anche correggere, perché quel bene possa veramente essere voluto". Conclude il ragionamento Papa Benedetto XVI: "L'estasi iniziale si traduce così in pellegrinaggio, 'esodo permanente dall'io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio' (Enc. Deus caritas est, 6). Attraverso tale cammino potrà progressivamente approfondirsi per l'uomo la conoscenza di quell'amore che aveva inizialmente sperimentato.

E andrà sempre più profilandosi anche il mistero che esso rappresenta: nemmeno la persona amata, infatti, è in grado di saziare il desiderio che alberga nel cuore umano, anzi, tanto più autentico è l'amore per l'altro, tanto maggiormente esso lascia dischiudere l'interrogativo sulla sua origine e sul suo destino, sulla possibilità che esso ha di durare per sempre. Dunque, l'esperienza umana dell'amore ha in sé un dinamismo che rimanda oltre se stessi, è esperienza di un bene che porta ad uscire da sé e a trovarsi di fronte al mistero che avvolge l'intera esistenza". "Considerazioni analoghe - continua il Santo Padre - si potrebbero fare anche a proposito di altre esperienze umane, quali l'amicizia, l'esperienza del bello, l'amore per la conoscenza: ogni bene sperimentato dall'uomo protende verso il mistero che avvolge l'uomo stesso; ogni desiderio che si affaccia al cuore umano si fa eco di un desiderio fondamentale che non è mai pienamente saziato". Papa Benedetto XVI nella sua catechesi di mercoledì 7 novembre, disponibile in versione integrale sul sito della Santa Sede riflette poi su come "sia possibile anche nella nostra epoca, apparentemente tanto refrattaria alla dimensione trascendente, aprire un cammino verso l'autentico senso religioso della vita, che mostra come il dono della fede non sia assurdo, non sia irrazionale". Papa Ratzinger suggerisce una sorta di "pedagogia del desiderio" adatta "sia per il cammino di chi ancora non crede, sia per chi ha già ricevuto il dono della fede". Una "pedagogia del desiderio" che comprende almeno due aspetti, come spiega il Santo Padre: "In primo luogo, imparare o re-imparare il gusto delle gioie autentiche della vita. (...) Educare sin dalla tenera età ad assaporare le gioie vere, in tutti gli ambiti dell'esistenza – la famiglia, l'amicizia, la solidarietà con chi soffre, la rinuncia al proprio io per servire l'altro, l'amore per la conoscenza, per l'arte, per le bellezze della natura –, tutto ciò significa esercitare il gusto interiore e produrre anticorpi efficaci contro la banalizzazione e l'appiattimento oggi diffusi. Anche gli adulti hanno bisogno di riscoprire queste gioie, di desiderare realtà autentiche, purificandosi dalla mediocrità nella quale possono trovarsi invischiati. Diventerà allora più facile lasciar cadere o respingere tutto ciò che, pur apparentemente attrattivo, si rivela invece insipido, fonte di assuefazione e non di libertà. E ciò farà emergere quel desiderio di Dio di cui stiamo parlando". Il secondo aspetto di questa pedagogia del desiderio che "va di pari passo con il precedente", dice sempre Papa Benedetto XVI, "è il non accontentarsi mai di quanto si è raggiunto. Proprio le gioie più vere sono capaci di liberare in noi quella sana inquietudine che porta ad essere più esigenti – volere un bene più alto, più profondo – e insieme a percepire con sempre maggiore chiarezza che nulla di finito può colmare il nostro cuore. Impareremo così a tendere, disarmati, verso quel bene che non possiamo costruire o procurarci con le nostre forze; a non lasciarci scoraggiare dalla fatica o dagli ostacoli che vengono dal nostro peccato". Tutto questo, naturalmente, va fatto con fiducia.

Papa Benedetto XVI
osserva infatti che "il dinamismo del desiderio è sempre aperto alla redenzione. Anche quando esso si inoltra su cammini sviati, quando insegue paradisi artificiali e sembra perdere la capacità di anelare al vero bene. Anche nell'abisso del peccato non si spegne nell'uomo quella scintilla che gli permette di riconoscere il vero bene, di assaporarlo, e di avviare così un percorso di risalita, al quale Dio, con il dono della sua grazia, non fa mancare mai il suo aiuto. Tutti, del resto, abbiamo bisogno di percorrere un cammino di purificazione e di guarigione del desiderio. Siamo pellegrini verso la patria celeste, verso quel bene pieno, eterno, che nulla ci potrà più strappare. Non si tratta, dunque, di soffocare il desiderio che è nel cuore dell'uomo, ma di liberarlo, affinché possa raggiungere la sua vera altezza. Quando nel desiderio si apre la finestra verso Dio, questo è già segno della presenza della fede nell'animo, fede che è una grazia di Dio. Sempre sant'Agostino affermava: 'Con l'attesa, Dio allarga il nostro desiderio, col desiderio allarga l'animo e dilatandolo lo rende più capace' (Commento alla Prima lettera di Giovanni, 4,6: PL 35, 2009)".

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