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Papa Benedetto XVI: come allo Yabboq, vita "di lotta e di preghiera"

Papa Benedetto XVI all'udienza generale continua l'affascinante ciclo di catechesi rivolto alla "preghiera". Questa "scuola" è alla sua quarta lezione, la seconda "biblica" e spiega come Giacobbe, al guado dello Yabboq, in una lotta emblematica con Dio ne esce al contempo vincitore e vinto.

Papa Benedetto XVI nell'Udienza Generale di mercoledì scorso in Piazza San Pietro, continua nel nuovo ciclo di catechesi che consiste in una "quasi Scuola di Preghiera" come lui stesso l'aveva definità nella prima "lezione". Questa volta il Santo Padre riflette sulla figura di Giacobbe nel libro della Genesi "che narra un episodio abbastanza particolare della storia del Patriarca Giacobbe", come riflette il Santo Padre. Papa Benedetto XVI avvisa che questo: "E' un brano di non facile interpretazione, ma importante per la nostra vita di fede e di preghiera; si tratta del racconto della lotta con Dio al guado dello Yabboq". Il Papa spiega, con la perizia del grande teologo quale egli è, la misteriosa lotta tra il Patriarca Giacobbe e Dio, avvenuta nella notte, quando Giacobbe cercava di entrare nel territorio di suo fratello "senza essere visto e forse con l'illusione di prendere Esaù alla sprovvista". Osserva il Papa: "Ma è invece lui che viene sorpreso da un attacco imprevisto, per il quale non era preparato. Aveva usato la sua astuzia per tentare di sottrarsi a una situazione pericolosa, pensava di riuscire ad avere tutto sotto controllo, e invece si trova ora ad affrontare una lotta misteriosa che lo coglie nella solitudine e senza dargli la possibilità di organizzare una difesa adeguata. Inerme, nella notte, il Patriarca Giacobbe combatte con qualcuno". Quel "qualcuno" è da intendersi in senso "letterale" visto che, come spiega il Santo Padre: "Il testo non specifica l'identità dell'aggressore; usa un termine ebraico che indica 'un uomo' in modo generico, 'uno, qualcuno'; si tratta, quindi, di una definizione vaga, indeterminata, che volutamente mantiene l'assalitore nel mistero. È buio, Giacobbe non riesce a vedere distintamente il suo contendente e anche per il lettore, per noi, esso rimane ignoto; qualcuno sta opponendosi al Patriarca, è questo l'unico dato certo fornito dal narratore. Solo alla fine, quando la lotta sarà ormai terminata e quel 'qualcuno' sarà sparito, solo allora Giacobbe lo nominerà e potrà dire di aver lottato con Dio". La meditazione, data la complessità dell'episodio biblico, è abbastanza lunga, e merita di essere letta non solo perché molto affascinante ma anche per l'eccezionale chiarezza nella spiegazione del Papa, anche dal punto di vista "semantico". Come sempre il testo completo dell'Udienza Generale è disponibile sul sito della Santa Sede (http://is.gd/kOrTHs). Giacobbe vince quindi quel "qualcuno" al guado dello Yabboq, dopo una lotta furiosa durata tutta la notte, ma allo stesso tempo ne è vinto, anche perché quel "qualcuno" si rivelerà essere Dio. La chiave della resa di Giacobbe sta proprio nel rivelare il proprio nome: "Ebbene, ora, nella lotta, il Patriarca rivela al suo oppositore, in un gesto di consegna e di resa, la propria realtà di ingannatore, di soppiantatore; ma l'altro, che è Dio, trasforma questa realtà negativa in positiva: Giacobbe l'ingannatore diventa Israele, gli viene dato un nome nuovo che segna una nuova identità. Ma anche qui, il racconto mantiene la sua voluta duplicità, perché il significato più probabile del nome Israele è 'Dio è forte, Dio vince'". La lotta allo Yabboq quindi è preziosa e "importante per la nostra vita di fede e di preghiera", dice il Papa, visto che "tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore. E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio".

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