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Benedetto XVI: la santità di Giovanni Paolo II sta nel coraggio della verità

Benedetto XVI torna a far sentire la sua voce, attraverso una intervista a Wlodzimierz Redzioch, contenuta nel libro "Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici & i collaboratori raccontano". Benedetto XVI racconta: "Giovanni Paolo II non chiedeva applausi - e ancora - Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni ed era pronto anche a subire dei colpi. Il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di prim'ordine della santità".

Benedetto XVI torna a far sentire la sua voce ed il suo pensiero. Il Papa emerito concede infatti una intervista a Wlodzimierz Redzioch, che è contenuta nel libro "Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici & i collaboratori raccontano", pubblicato dalle edizioni Ares. Il 27 aprile 2014, Festa della Divina Misericordia, saranno fatti Santi Giovanni XXIII e Karol Wojtyla. Nell'intervista, pubblicata sull'Avvenire, Benedetto XVI ammette: "Che Giovanni Paolo II fosse un santo, negli anni della collaborazione con lui mi è divenuto di volta in volta sempre più chiaro. C'è innanzitutto da tenere presente naturalmente il suo intenso rapporto con Dio, il suo essere immerso nella comunione con il Signore (..). Da qui veniva la sua letizia, in mezzo alle grandi fatiche che doveva sostenere, e il coraggio con il quale assolse il suo compito in un tempo veramente difficile". Il Papa emerito quindi sottolinea quindi: "Giovanni Paolo II non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni ed era pronto anche a subire dei colpi. Il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di prim'ordine della santità. - aggiungendo - Solo a partire dal suo rapporto con Dio è possibile capire anche il suo indefesso impegno pastorale. Si è dato con una radicalità che non può essere spiegata altrimenti". Benedetto XVI racconta: "Il primo incontro consapevole tra me e il cardinal Wojtyla avvenne solamente nel Conclave in cui venne eletto Giovanni Paolo I. - precisando - Percepii subito con forza il fascino umano che egli emanava e, da come pregava, avvertii quanto fosse profondamente unito a Dio".

Benedetto XVI rivela poi che, quando alla fine del 1981, fu chiamato da Giovanni Paolo II a guidare Congregazione per la dottrina della fede, pose al Papa "una condizione per per l'accettazione" e cioè il "continuare a pubblicare lavori teologici". Karol Wojtyla, dopo essersi informato sulla possibilità, confermò che le "pubblicazioni teologiche sono compatibili con l'ufficio di prefetto" e così, prosegue il Papa emerito: "Accettai l'incarico, ben conscio della gravità del compito, ma sapendo anche che l'obbedienza al Papa esigeva ora da me un 'sì' "."Sui problemi teologici abbiamo sempre potuto conversare fruttuosamente" continua Benedetto XVI, spiegando che "la prima grande sfida" affrontata insieme a Giovanni Paolo II "fu la Teologia della liberazione che si stava diffondendo in America Latina". La Teologia della Liberazione, iniziata in America latina con la riunione del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM) di Medellín (Colombia) del 1968, dopo il Concilio Vaticano II, voleva porre in evidenza i valori di emancipazione sociale e politica presenti nel messaggio cristiano. Benedetto XVI ricorda: "Sia in Europa che in America del Nord era opinione comune che si trattasse di un sostegno ai poveri e dunque di una causa che si doveva approvare senz'altro. Ma era un errore. La povertà e i poveri erano senza dubbio posti a tema dalla Teologia della liberazione e tuttavia in una prospettiva molto specifica. - e ancora - La fede cristiana veniva usata come motore per questo movimento rivoluzionario, trasformandola così in una forza di tipo politico. Le tradizioni religiose della fede venivano messe a servizio dell'azione politica. In tal modo la fede veniva profondamente estraniata da se stessa e si indeboliva così anche il vero amore per i poveri".

L'intervista prosegue con Benedetto XVI che spiega come un altro dei principali problemi fu "lo sforzo per giungere a una corretta comprensione dell'ecumenismo", spiegando: "Da un lato, va affermato con tutta la sua urgenza il compito di operare per l'unità e vanno aperte strade che ad essa conducono; dall'altro, bisogna respingere false concezioni dell'unità, che vorrebbero giungere all'unità della fede attraverso la scorciatoia dell'annacquamento della fede". Benedetto XVI si sofferma poi sull'enciclica di Giovanni Paolo II "Veritatis splendor", ricordando: "(...) siccome non si poteva riconoscere né un fondamento metafisico né uno cristologico della morale, si ricorse a soluzioni pragmatiche: a una morale fondata sul principio del bilanciamento di beni, nella quale non esiste più quel che è veramente male e quel che è veramente bene, ma solo quello che, dal punto di vista dell'efficacia, è meglio o peggio". Il Papa emerito quindi chiarisce: "Il grande compito che il Papa si diede in quest'enciclica fu di rintracciare nuovamente un fondamento metafisico nell'antropologia, come anche una concretizzazione cristiana nella nuova immagine di uomo della Sacra Scrittura. - aggiungendo - Studiare e assimilare questa enciclica rimane un grande e importante dovere". Divenuto Pontefice dopo il Santo Padre Giovanni Paolo II, Benedetto XVI spiega quindi in conclusione: "Non potevo e non dovevo provare a imitarlo, ma ho cercato di portare avanti la sua eredità e il suo compito meglio che ho potuto. E perciò sono certo che ancora oggi la sua bontà mi accompagna e la sua benedizione mi protegge".

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