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iCloud e Steve Jobs: il lato oscuro della nuvola

Steve Jobs presente iCloud e "sdogana" il "cloud computing" per le masse. Ma i pericoli sono fortissimi e il "tradimento" del personal computer, nel senso più autentico, di cui Steve Jobs è stato uno dei creatori, è davvero emblematico. Se finisce il PC è finita la libertà. Di calcolare.

iCloud, ovvero "iNuvola", è il modo più semplice per significare un concetto antico per l'informatica: l'accentramento. Niente più PC, niente più dischi rigidi, niente più "possesso" della musica, delle proprie foto, della propria agenda, del proprio software, dei propri testi, del proprio "know-how", questo è il "cloud computing". La "rivoluzione" che con iCloud Steve Jobs promette al mondo è fatta di "liberazione". Liberazione da cavi, cavetti, cd, dischetti, memorie flash, dvd, dischi esterni, pennette, chiavette, DAT, nastri e nastrini, perché, dall'altra parte delle onde, ci sarà la "nuvola" (di Apple, in questo caso) a contenere e a "possedere" tutto. Il mondo accoglie questa "rivoluzione" (perché quando Jobs proferisce, è "verbo" e "rivoluzione") con grande entusiasmo e non vede l'ora di liberarsi del peso del "possesso" per perdersi, leggero, "nella nuvola". Ma è davvero questa una rivoluzione o piuttosto una restaurazione? Chi è cresciuto a pane e Macintosh, o meglio a Zx Spectrum e BBS, o ancora a MITS Altair 8800 e Homebrew Computer Club, può accettare come "rivoluzione" il "cloud computing"? Quale hacker vero, nel senso nobile e semantico del termine (ricordiamo che non esisterebbe l'"informatica personale" senza gli hacker) può sostenere il "cloud computing" vista la "perdita di controllo" che ne è la logica e diretta conseguenza? I rischi del "cloud computing" sono enormi, da molti punti di vista, come insegna non solo il passato ma, soprattutto, il presente (visto che, come si sa, nel mondo dell'informatica, paradossalmente, il presente è già "passato"). Pensiamo per esempio a Sony e ai circa 100 milioni di dati personali compromessi, o alle falle dei maggiori sistemi "social" che spesso mettono a rischio la privacy dei propri utenti. Ascoltare quindi Steve Jobs che parla di "rivoluzione" eliminando di fatto il "controllo" dei propri dati per lasciare tutto alla "nuvola" fa poi un certo "senso" dal punto di vista storico. Riguardare le foto in bianco e nero scattate quando Steve Jobs trafficava con Steve Wozniak (i "two Steves") nel creare, insieme alla generazione di hacker a cui appartenevano, il concetto stesso di "personal computer" e poi sentire parlare di "iCloud" proprio da Jobs, fa venire a qualcuno più che un brivido freddo. E pensare che a quell'epoca gli hacker sognavano di affrancarsi dalla "nuvola" del periodo, ovvero il "mainframe", il "terminale stupido" e il "tempo macchina". D'altra parte la stessa Apple per il lancio del Macintosh nel 1984, tra mele arcobaleno e spot epici al Super Bowl prometteva un anno in cui "1984 non sarebbe stato mai come 1984" (di Orwell, naturalmente, ecco lo spot girato da Ridley Scott youtube.com/watch?v=vNy-7jv0XSc). Ecco perché il sogno di Steve Jobs appare come una "restaurazione" dell'"Ancien Régime alla IBM", un mondo di "terminali stupidi", di mainframe chiusi in datacenter blindati, dove la potenza di calcolo e i dati stanno in mano "a pochi". Il sogno "cloud" di Jobs è condiviso ovviamente da tutte le "major" (di qualsiasi settore), da Google ad Amazon, dall'industria discografica a quella del software, e ovviamente da ogni Governo (sempre per il bene e la salute mentale dei propri cittadini, ovviamente). Effettivamente il "cloud computing" è davvero un sogno, ovviamente per quei pochi che si addormentano sognando questo genere di cose. Ovviamente i sogni questi "pochi" che vivono nell'Olimpo (e che vogliono traferire tutto sulle loro "nuvole") per altri rappresentano dei veri e propri incubi. Tutta la vita sulle nuvole di "iCloud" et similia, porta a dei dubbi atroci. Avere tutti i dischi e dischetti (con all'interno la "propria vita") non più accanto al materasso ma dall'altra parte del mondo, impone infatti una serissima riflessione. Quali garanzie ci sono che i dati saranno conservati e protetti allo stato dell'arte (e non solo da attacchi "cracker" ma anche da terremoti, eventi terroristici, tsunami, ecc.)? Ci sarà un'indagine preventiva e continua sul materiale che l'utente "carica" sulla "nuvola", ad esempio sul copyright musicale? E sul copyright di testi e foto ci saranno controlli? La posizione dei server in senso "geografico" potrà far ravvedere alle autorità del Paese ospitante i datacenter dei "reati" perseguibili rispetto ai contenuti memorizzati sulla "nuvola"? Con l'upload sulla "nuvola" l'utente cede in parte o tutti i diritti all'azienda proprietaria dei server? I "movimenti" dell'utente sulla nuvola, ovvero tutto ciò che l'utente fa, sarà usato per la sua profilazione? Esisterà un contratto che tutela l'utente da un repentino aumento di prezzo, nel senso che da "quasi gratis" sarà poi economicamente impossibile consultare i propri file? In caso l'utente non pagasse più il servizio, i dati verrebbero "confiscati" o potranno essere ritirati? Per consultare i dati che si caricano sulla "nuvola", in caso di indagine giudiziaria, servirà una rogatoria internazionale? In caso di attacco hacker e di violazione dei dati dell'utente, che corrisponderanno a "tutta la sua vita" ci sarà un'assicurazione che coprirà i danni (o l'azienda regalerà deu mesi di abbonamento gratuito)? Esiste un sistema che garantisca all'utente che i dati che ha caricato non possono essere manipolati da alcuno? E che fine farà il "software libero" (e indipendente) visto che tutto nel "cloud" sarù gestito da software proprietari? Queste ovviamente sono solo alcuni dei dubbi atroci. Intanto in una nota stampa la Apple fa sapere che: "è pronta a lanciare iCloud sui suoi tre data center, incluso il terzo recentemente completato a Maiden, Carolina del Nord. Apple ha investito oltre 500 milioni di dollari nel data center di Maiden per rispondere al meglio alla domanda prevista di servizi iCloud gratuiti". Certamente è una coincidenza, ma la "nuovola" del cervello incomicia ad associare i pensieri e Maiden fa subito pensare ad "Iron Maiden", e non tanto al gruppo heavy metal, ma alla macchina da tortura da cui anche il gruppo omonimo si è ispirato, nota da noi come la "Vergine di Norimberga". Iron Maiden serviva per far parlare anche i più convinti sostenitori della privacy, innanzitutto della propria.

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