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Libia, Amnesty: detenuti torturati da ribelli. Il passato ritorna?

Mentre Sirte sembra continuare a resistere, e si accende il giallo sulla sorte di Mutassim Gheddafi, Amnesty International rivela attraverso un rapporto "un quadro di percosse e maltrattamenti nei confronti di soldati dell'esercito di Gheddafi, presunti lealisti e sospetti mercenari nella Libia occidentale".

A lanciare l'allarme era stata, i primi di giugno, la Commissione d'inchiesta dell'ONU creata dal Consiglio dei diritti dell'Uomo, che aveva evidenziato come in Libia anche "alcune azioni che costituiscono crimini di guerra" venivano commesse dalle forze di opposizione, che ancora combattono per la caduta detinitiva di Gheddafi. E così, mentre da una parte il rais continua a rimanere nascosto guidando le forze lealiste che sembrano riuscire a difendere Sirte, ormai ultima roccaforte, tanto che i ribelli sono dovuti arretrare, e dall'altra si cerca di capire se il quartogenito del colonnello, Mutassim Gheddafi, sia stato catturato o meno, ecco che un rapporto di Amnesty International ricorda come quella che si sta combattendo in Libia sia una vera e propria guerra, e come spesso accade in questi casi il confine tra buoni e cattivi diventa spesso assai labile. Amnesty International teme infatti che "il passato possa ripetersi". Un rapporto, dal titolo esplicativo "Sulla nuova Libia, la macchia degli abusi sui detenuti" (http://is.gd/z6B1ou), ha rivelato infatti "un quadro di percosse e maltrattamenti nei confronti di soldati dell'esercito di Gheddafi, presunti lealisti e sospetti mercenari nella Libia occidentale. In alcuni casi, sono state riscontrate evidenti prove dell'uso della tortura per estorcere confessioni o per punire i detenuti", come si legge nel comunicato sul sito (http://is.gd/wxkqdm). In poche parole, Amnesty International rende noto che i ribelli, quelli che dovrebero rappresentare la Libia del futuro, starebbero commettendo abusi e torture nei confronti di presunti lealisti, con altrettanti arresti indiscriminati. "Gli arresti arbitrari e la tortura erano una costante del regime del colonnello Gheddafi" ricorda infatti Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice per l'Africa del Nord e il Medio Oriente di Amnesty International, che lancia un monito: "Siamo consapevoli delle molte sfide che le autorità di transizione stanno affrontando, ma se non si spezzano i legami col passato in questo momento, daranno il segnale che nella nuova Libia trattare i detenuti in questo modo sarà tollerato". Amnesty International spiega che a fine agosto "le milizie armate hanno arrestato e imprigionato circa 2500 persone a Tripoli e al-Zawiya", sottolineando che "questi provvedimenti sono stati eseguiti quasi sempre in assenza di un mandato di cattura e del coinvolgimento della Procura generale" e che "i detenuti sono posti nelle mani di consigli locali civili o militari o di brigate armate, lontano dalla supervisione del ministero della Giustizia". Amnesty racconta infatti di aver parlato con "300 detenuti tra agosto e settembre in 11 centri di detenzione" ma che "nessuno di loro era stato esibito un mandato di cattura e molti erano stati portati via dalle loro abitazioni da persone che non si erano identificate e che erano alla caccia di presunti combattenti o lealisti di Gheddafi". L'Ong denuncia quindi che molti di questi detenuti sarebbero stati picchiati per ottenere delle "confessioni", ipotizzando che alcune delle torture potrebbero essere esercitate utilizzando il "metodo della falaqa (le percosse sulla pianta del piede)", visto che nei centri di detenzione sono stati trovati bastoni di legno, corde e tubi di gomma. L'organizzazione sottolinea poi il rischio particolare che corrono i libici di pelle nera, ma anche i minori e le donne. Amnesty International ha scoperto infatti minori detenuti insieme agli adulti e donne "controllate da personale maschile". Amnesty rende quindi noto che nel corso di colloqui "rappresentanti del CNT hanno ammesso le detenzioni arbitrarie e i maltrattamenti", e per questo chiede al Consiglio nazionale transitorio "di garantire che non vi siano detenzioni in assenza di un ordine di custodia del procuratore generale, che tutti i centri di detenzione siano posti sotto il controllo del ministero della Giustizia e che ogni detenuto possa presentare ricorso contro la legittimità della sua detenzione", osservando che "il Cnt deve agire con urgenza per tradurre in azioni i suoi impegni pubblici, prima che gli abusi nei confronti dei detenuti diventino sistemici e segnino una macchia nella situazione dei diritti umani della nuova Libia", come conclude Hassiba Hadj Sahraoui.

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