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Amazon Cloud: futuro "nebuloso" per i diritti. Non solo legali

Il futuro "nella nuvola" potrebbe portare una tempesta non solo nei diritti di copyright ma nei "diritti" in senso più esteso. Il diritto della "proprietà privata" ad esempio. Amazon parte con il suo "cloud" aspettano Google e Apple iTunes.

Il futuro del "possesso" di canzoni, film, libri e tutto ciò che si può digitalizzare è davvero "nebuloso". Il futuro che vogliono imporre le major sembra sia "cloud", ovvero nella famigerata "nuvola" che non significa altro che i "loro" server, i "loro" dischi rigidi, i "loro" archivi conterrano la "tua" musica (o qualsiasi altra cosa, compresi i software). Il progetto è molto semplice: qualsiasi cosa che si possa fruire su smartphone, tablet, notebook, PC, lettore mp3, dovrà risedere non più "in locale" cioè fisicamente sul proprio disco rigido (o cd, o floppy, o nastro, o tavoletta di cera) ma in una server farm lontana migliaia di chilometri. "Fisicamente" l'utente non avrà mai il contatto con i prodotti che acquista, sarà solamente un fatto di "diritti di riproduzione" e di "diritti d'uso", qualcosa di molto più vicino alla radio a galena e alla tv on demand via cavo degli anni '80 che "internet" come si pensava che dovesse essere. Insomma il revival del "mainframe consultato a tempo" da un "terminale stupido" come negli anni '60 del secolo scorso. Torna in un certo senso la tirannia informatica "centralizzata" che, paradossalmente, portò alla "rivolta" degli hacker che crearono il concetto di "Personal Computer". Di "personal" in futuro sembra che non rimarrà più niente, a parte il numero di carta di credito e forse l'ID di chip sottopelle. Mentre si vocifera l'apertura a breve di Apple iTunes Cloud e di Google Music (sempre servizio "cloud"), Amazon parte con il suo "Amazon Cloud Player", ovvero un servizio di "shop" e "spazio su disco remoto" (molto molto proto "cloud") dove si potrà sia comprare la musica, sia fare upload dei propri mp3 (ovviamente "licenziati"). Proprio sul fatto che la musica "uploadata" dall'utente potrebbe non essere "pulita" (cioé con tutti i "diritti" a posto) sta facendo piovere critiche verso Amazon da altre major che non approvano totalmente la scelta del servizio. Effettivamente perché dare anche un minimo spazio ai "vecchi mp3" che ancora si "posseggono" alla vecchia maniera? Inoltre Amazon offre 5 GB di spazio gratuito ma, ogni volta che si compra un album da Amazon, se ne guadagnano altri 20. Amazon dice che il servizio è desiderato da tutti quegli utenti che vogliono ascoltare la "loro" musica da ogni dispositivo a prescindere se sono a casa, in giro, o al lavoro. Ovviamente l'importante che ci sia internet, perché in questo modo tutto diventa in "streaming". No internet no party. Oltre i problemi di privacy, di licenze e di sicurezza che sono intrinsechi quando si parla di "cloud" sarebbe anche interessante riflettere quanto, per tenere per le "cuffiette" l'utente, l'industria diventa sempre più antiecologica. "Always online" significa infatti server sempre accesi, ripetitori sempre alimentati, dispositivi sempre "in ping", campi elettromagnetici ovunque. Tutto questo per ascoltare Justin Bieber e Lady Gaga e farsi ritirare da sotto il naso (come è già successo) l'ebook "1984" di Geroge Orwell (per un problema di licenza, of course). Rivoluzionario in futuro sarà paradossalmente avere in mano un vecchio libro da cui nessuno, nel "cloud", possa cambiare le parole. Chi possiede "La cavalletta non si alzerà più (The Grasshopper Lies Heavy)" se lo tenga stretto.

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