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Alzheimer: più medicina umanistica per curare con approccio bio-psico-sociale

Mentre uno studio americano parla della possibilità di prevedere l'Alzheimer con tre anni di anticipo il rischio di ammalarsi di Alzheimer, la Fnp Cisl sottolinea come finora ci sia stato un "sostanziale fallimento dei farmaci" e consiglia quindi di investire le risorse "sulla medicina umanistica" visto che "lo stesso Alzheimer, nel lontano 1906 pensava che il deterioramento cognitivo si dovesse curare con un approccio bio-psico-sociale".

Sulla rivista Nature Medicine è stata pubblicata una ricerca statunitense sulla possibilità di prevedere con tre anni di anticipo il rischio di ammalarsi di Alzheimer, tramite l'analisi di 10 diversi tipi di grassi nel sangue. "Purtroppo non è una svolta miracolosa ma un'ennesima notizia che conferma come le attuali ricerche scientifiche siano ancora lontane dal conoscere le cause della malattia di Alzheimer" commenta la Fnp Cisl, sottolineando come "in generale, le terapie sintomatiche per l'AD (Alzheimer Desease), scoperte negli ultimi 10 anni, risultano modeste, né è stato valutato il loro impatto sul miglioramento della vita quotidiana". I sindacato evidenzia quindi che "le future terapie come le cellule staminali e i vaccini a base di beta-amiloide, hanno potenzialità ancora incerte" mentre "è certo che la malattia di AD è diventata un'impresa miliardaria per le case farmaceutiche e illustri accademici". La Fnp Cisl ricorda quindi come "lo stesso Alzheimer, nel lontano 1906 pensava che il deterioramento cognitivo si dovesse curare con un approccio bio-psico-sociale perché non c'era nessuna plausibile ragione per considerare i suoi casi provocati da uno specifico processo patologico", notando che "se vi è un sostanziale fallimento dei farmaci, gli interventi psicosociali e di formazione, migliorano infatti realmente la qualità di vita dei soggetti e dei caregiver". Il sindacato dei pensionati invita quindi ad "investire sulla medicina umanistica, sulle terapie di tipo comportamentali che riducono, ad esempio, l'aggressività e la depressione" e consiglia un articolo di Rabin Chattat, professore di Psicologia all'Università di Bologna, dal titolo: 'Oltre l'approccio centrato sulla persona', pubblicato sul sito dell'associazione AlzheimerUniti, dove viene sottolineato che "nella cura delle demenze non bastano la conoscenza delle cause della malattia e i rimedi farmacologici (entrambi ancora molto incerti), ma occorre capire in che modo l'ambiente relazionale e l'ambiente costruito, possono confortare e rassicurare il paziente".

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