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Caso Moro: gli 007 del Sismi su Honda blu e il mistero di Gladio a Beirut

L'ex ispettore di Polizia Enrico Rossi racconta delle indagini partite dalla "lettera anonima scritta dall'uomo che era sul sellino posteriore dell'Honda in via Fani quando fu rapito Aldo Moro" che "dipendevano dal colonnello del Sismi che era lì". A questo, si aggiunge il mistero del documento che svelerebbe come il 2 marzo 1978, cioè quattordici giorni prima della strage di via Fani, agenti di Gladio avrebbero preso contatti con "i movimenti di liberazione in Medio Oriente, perché questi intervenissero sulle Brigate Rosse ai fini della liberazione di Moro".

"Una nuova rivelazione - l'ennesima - cade sul cosiddetto caso Moro, ma non si tratta di un fulmine a ciel sereno. Infatti, ciò avviene alla vigilia dell'istituzione di una nuova Commissione di inchiesta parlamentare sulla tragica vicenda ed è verosimile aspettarsi che altri segnali di questo tipo si susseguiranno nei prossimi mesi" sottolinea a La Repubblica il senatore PD Miguel Gotor, commentando le rivelazioni dell'ex ispettore di Polizia Enrico Rossi. Enrico Rossi racconta infatti all'Ansa che "tutto è partito da una lettera anonima scritta dall'uomo che era sul sellino posteriore dell'Honda in via Fani quando fu rapito Moro. Diede riscontri per arrivare all'altro. Dovevano proteggere le Br da ogni disturbo. Dipendevano dal colonnello del Sismi che era lì", cioè Camillo Guglielmi che, per sua stessa ammissione, si trovava in via Fani il giorno della strage perché "invitato a pranzo da un collega che abitava in via Stresa" come spiegò davanti alla Commissione stragi dopo che nel 1991 Pierluigi Ravasio, ex agente del servizio segreto militare, rivelò l'episodio. Il collega che abitava in via Stresa precisò che Guglielmi bussò a casa sua intorno alle 9:00 del mattino, chiarendo però che non esisteva alcun invito a pranzo.

In un'interrogazione parlamentare dell'11 gennaio 1991, l'on. Luigi Cipriani ricordava invece che in via Fani erano stati ritrovati, dopo la strage della scorta e il rapimento di Aldo Moro, "39 bossoli ricoperti da una vernice protettiva, privi di data di fabbricazione, una caratteristica che - secondo un perito del Tribunale - indicava delle munizioni riservate a Forze statali non convenzionali. Come Gladio". Ma sulla strada, a via Fani, sarebbero rimasti anche i proiettili del "piccolo mitra" che gli uomini della misteriosa Honda presente sul luogo della strage scaricarono contro l'unico civile presente sulla scena del rapimento di Aldo Moro, l'ingegnere Alessandro Marini, uno dei testimoni più citati dalla sentenza del primo processo Moro. I brigastisti Mario Moretti e Valerio Morucci hanno sempre detto che "non era roba loro" quella moto blu di grossa cilindrata. L'ingenere Marini voleva, con il suo motorino, attraversare la mattina del 16 marzo 1978 l'incrocio tra via Fani e via Stresa, ma fu fermato dai colpi sparati da quel "mitra". Marini si salvò solo per miracolo, perché cadde di lato. Ascoltato come testimone, l'ingegnere rivela che il conducente della Honda era un giovane di circa 20-22 anni, molto magro, con il viso lungo e le guance scavate, che ricordava "l'immagine dell'attore Edoardo De Filippo". Dietro, un uomo con il passamontagna scuro che esplose i colpi di mitra.

Nel 2009 una lettera anonima inviata a La Stampa rivelava: "Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente...". L'ispettore Enrico Rossi, che lavorava nell'antiterrorismo, trovò la lettera nel febbraio 2011 "in modo casuale: non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti, ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani" come racconta all'Ansa, e prosegue: "Chiedo di andare avanti negli accertamenti chiedo gli elenchi di Gladio, ufficiali e non, ma la 'pratica' rimane ferma per diverso tempo". Rossi alla fine opta per una accertamento amministrativo poiché l'uomo (della lettera) ha due pistole regolarmente dichiarate: "Trovo una delle due pistole, una beretta, e alla fine, in cantina poggiata o vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo 'Moro rapito dalle Brigate Rosse', l'altra arma". Quest'arma è una "Drulov cecoslovacca, una pistola da specialisti a canna molto lunga che può anche essere scambiata a vista da chi non se ne intende per una piccola mitragliatrice" sottolinea l'Ansa. Le due pistole, però, non vengono periziate e dopo che l'ispettore va in pensione scopre che le armi sono "state distrutte". I due presunti agenti dei servizi segreti a bordo della Honda sono entrambi morti.

Il senatore del PD Gotor afferma quindi: "La prima sensazione è quella di trovarsi davanti a un classico tentativo di disinformazione che mescola il vero al falso: da un lato, indirizza e sottolinea, invitando i futuri membri della Commissione Moro a concentrare la propria attività sulla presenza di una moto Honda con a bordo due passeggeri non identificati; dall'altro, orienta e depista perché sposta l'attenzione sui servizi segreti nostrani (quelli militari legati al Sismi) potendo contare su un orizzonte d'attesa della pubblica opinione incline alla dietrologia o al più totale scetticismo" invitando invece la prossima commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro ad indagare "sull'identità politica delle Brigate rosse, ossia delle relazioni intercorrenti tra questa organizzazione e le altre componenti il cosiddetto 'partito armato' ".

In pochi, però, finora sembrano aver indagato su quanto denunciò per esempio Falco Accame, ammiraglio a riposo della Marina Militare, ex presidente della Commissione difesa della Camera, che rivela: "In un documento (numero di repertorio 122627), autenticato dal notaio Piero Ingozzi, di Oristano, si legge che il 2 marzo 1978, e cioè quattordici giorni prima del rapimento dell'on. Moro e dell'uccisione della sua scorta, la X Divisione Stay Behind della direzione del personale del ministero della Marina, a firma del capitano di vascello capo della Divisione stessa, inviava l'agente G71, appartenente alla Gladio-Stay Behind (partito da La Spezia il 6 marzo sulla motonave Jumbo M) a Beirut, per consegnare documenti all'agente G219 ivi dislocato, dipendente dal capocentro G216, cioè il colonnello Stefano Giovannone, affinché prendesse contatti con i movimenti di liberazione in Medio Oriente, perché questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione dell'on.Moro". Il documento in questione che porta a margine la dicitura "distruzione immediata" (che non venne eseguita) è riportato, con molti altri, nel libro scritto dall'ex gladiatore Antonino Arconte, l'agente G71. Arconte, in una intervista a Il Tirreno del 1 maggio 2002, afferma: "Io ne ho sempre parlato con tutti. Non è colpa mia se nel nostro Paese non se ne è mai parlato. Capisco, è roba scomoda, compromettente. Ma dentro c'è un pezzo della storia del nostro Paese, forse non la migliore, non sta a me giudicare, di sicuro molto interessante". Arconte racconta che a Beirut doveva consegnare un busta con 5 passaporti italiani falsi "all'agente G219, che successivamente ho conosciuto come il colonnello Ferraro, un parà distaccato in Medio Oriente" dice sempre a Il Tirreno. Il 6 luglio 1995, il colonnello Mario Ferraro viene trovato "impiccato" al portasciugamani del bagno della sua abitazione, a Roma.

Sul presunto coinvolgimento dei servizi segreti nelle fasi del sequestro di Aldo Moro, il procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli, interpellato dall'Ansa, ha detto che oggi stesso richiederà gli atti di indagine alla Procura di Roma "per le opportune valutazioni".

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