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Afghanistan, alpino ucciso: quando la guerra è pace

Matteo Miotto è rimasto ucciso in Afghanistan in quella che tutti continuano a chiamare "missione di pace". Eppure è lo stesso soldato, in una lettera, che ammette di stare in guerra e che "le più grosse armate hanno marciato sulle loro case: invano".

L'anno nuovo non poteva cominciare nel peggiore dei modi. Sentire, qui in Italia, i botti che preannunciano il Capodanno fa tristezza e anche un po' di rabbia, perché in altre parti del mondo boati simili provacono morte e dolore. Come in Afghanistan dove un alpino è rimasto ucciso in quella che i nostri politici continuano a chiamare missione di pace.

Ma è lo stesso Matteo Miotto, il militare ucciso da un colpo di un cecchino, a spiegare chiaramente in una lettera la situazione in Afghanistan: "Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l'ultimo, ma non ci pensi. La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo".

La lettera di Matteo Miotto, 24 anni di Thiene (Vicenza), era stata pubblicata poche settimane dopo l'agguato in cui, il 9 ottobre scorso, erano rimasti vittime 4 alpini del 7mo reggimento di Belluno, lo stesso in cui lui era in forza.

"Come ogni giorno - scriveva Matteo - partiamo per una pattuglia. Avvicinandoci ai nostri mezzi Lince, prima di uscire, sguardi bassi, qualche gesto di rito scaramantico, segni della croce... Nel mezzo blindo, all'interno, non una parola. Solo la radio che ci aggiorna su possibili insurgents avvistati, su possibili zone per imboscate, nient'altro nell'aria. Consapevoli che il suolo afghano è cosparso di ordigni artigianali pronti ad esplodere al passaggio delle sei tonnellate del nostro Lince".

"Mi ricordo - continua l'alpino in quella lettera - quando mio nonno mi parlava della guerra: 'brutta cosa bocia, beato ti' che non te la vedaré mai...' Ed eccomi qua, valle del Gulistan, Afghanistan centrale, in testa quello strano copricapo con la penna che per noi alpini è sacro. Se potessi ascoltarmi, ti direi 'visto, nonno, che te te si sbaia'...".

Lo sapeva Matteo Miotto che stava in guerra, come lo sapeva chi ha deciso che l'Italia doveva andare a combattere una battaglia che non era la sua. E siccome il nostro Paese per Costituzione "ripudia la guerra" e come in 1984 di George Orwell "la guerra è pace", ci siamo dovuti inventare "la missione di pace".

Ma con la pace non si contano i morti (solo quest'anno in Afghanistan sono morti 13 militari, 35 morti dal 2004) e non si viene "accolti dai bambini che da dieci diventano venti, trenta, siamo circondati, si portano una mano alla bocca ormai sappiamo cosa vogliono: hanno fame..." come scriveva nella lettera Matteo Miotto.

Tanti Paesi hanno cercato di impadronirsi dell'Afghanistan ma è sempre Miotto che ci spiega come stanno veramente le cose: "Questi popoli di terre sventurate, dove spadroneggia la corruzione, dove a comandare non sono solo i governanti ma anche ancora i capi clan, questi popoli hanno saputo conservare le loro radici dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case: invano" perché "l'essenza del popolo afghano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre".

Quindi le parole della seconda carica dello Stato, il Presidente del Senato Renato Schifani, risuonano oggi solo come bassa retorica: "Un altro caduto italiano nella lotta al terrorismo internazionale e per la tutela della pace, della democrazia e della sicurezza internazionale".

E se è vero che "abbiamo avuto troppi lutti", come sostiene il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, allora è giunto il momento di abbandonare l'Afghanistan. Gli aiuti si possono portare anche senza armi.

31/12/2010 | update: 31/12/2010
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